domenica 21 giugno 2026

Cinque difficoltà per chi scrive la verità



B.Brecht, Scritti sulla letteratura e sull'arte, Einaudi, 1973

Arte e politica (1934-38)

Cinque difficoltà per chi scrive la verità

(p.118 e segg.)

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l'ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l'accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l'arte di renderla maneggevole come un'arma; l'avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l'astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

1. Il coraggio di scrivere la verità.

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare a ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio. Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che più conta è lo spirito di sacrificio. Quando i contadini vengono ricoperti di onori, è prova di coraggio parlare di macchine e foraggi a buon prezzo, capaci di agevolare quel loro lavoro tanto onorato. Quando tutte le radio vanno gridando che un uomo privo di sapere e d'istruzione è meglio di un uomo istruito, è prova di coraggio domandare: meglio per chi? Quando si discorre di razze superiori e inferiori, è prova di coraggio chiedere se non siano la fame e l'ignoranza e la guerra a produrre certe deformità. Così pure ci vuole coraggio per dire la verità sul conto di se stesso, di se stesso, il vinto. Molti di coloro che vengono perseguitati perdono la capacità di riconoscere i propri difetti. La persecuzione appare loro, come la più grave delle ingiustizie. I persecutori, dato che perseguitano, sono i malvagi, mentre loro, i perseguitati, vengono perseguitati per la loro bontà. Ma questa bontà è stata battuta, vinta, inceppata e doveva quindi trattarsi di una bontà debole; di una bontà difettosa, inconsistente, su cui non si poteva fare affidamento; giacché non è lecito ammettere che alla bontà sia congenita la debolezza così come si ammette che la pioggia debba per definizione essere bagnata. Per dire che i buoni sono stati vinti non perché erano buoni, ma perché erano deboli, ci vuole coraggio. Naturalmente la verità bisogna scriverla in lotta contro la menzogna e non si può trattare di una verità generica, elevata, ambigua. Di tale specie, cioè generica, elevata, ambigua, è proprio la menzogna. Se a proposito di qualcuno si dice che ha detto la verità, vuol dire che prima di lui alcuni o parecchi o uno solo hanno detto qualcos'altro, una menzogna o cose generiche; lui invece ha detto la verità, cioè qualcosa di pratico, di concreto, di irrefutabile, proprio quella cosa di cui si trattava.

Poco coraggio invece ci vuole per lamentarsi della malvagità del mondo e del trionfo della brutalità in genere e per agitare la minaccia che lo spirito finirà col trionfare, quando chi scrive si trovi in una parte del mondo in cui ciò è ancora permesso. Molti assumono l'atteggiamento di uno che stia sotto il tiro dei cannoni, mentre sono semplicemente sotto il tiro dei binocoli da teatro. Vanno gridando le loro generiche rivendicazioni in un mondo amico della gente innocua. Chiedono genericamente una giustizia per la quale non hanno mai mosso un dito e chiedono genericamente la libertà, quella di ottenere una parte del bottino che già da gran tempo è stato spartito con loro. Considerano verità solo ciò che ha un bel suono. Se la verità ha a che fare con cifre, con fatti, se è cosa arida, che per essere trovata richiede sforzo e studio, allora non è una verità che faccia per loro, non ha nulla che li possa inebriare. Solo esteriormente hanno l'atteggiamento di chi dice la verità. Con loro il guaio è che non conoscono la verità.

2. L'accortezza di riconoscere la verità.

Poiché è difficile scrivere la verità, dato che ovunque essa viene soffocata, i più pensano che scrivere o non scrivere la verità sia una questione di carattere. Credono che basti il coraggio. E dimenticano la seconda difficoltà, cioè quella di trovare la verità. Nessuno potrà mai dire che trovare la verità sia cosa facile.

Prima di tutto non è affatto facile rendersi conto quale verità valga la pena di esser detta. Oggi, per esempio, i grandi stati civilizzati vanno sprofondando l'uno dopo l'altro nell'estrema barbarie davanti agli occhi del mondo intero. È inoltre noto a chiunque che la guerra interna, condotta coi mezzi più spietati, può trasformarsi da un giorno all'altro in una guerra esterna che forse ridurrà il nostro continente a un ammasso di rovine. Questa senza dubbio è una verità, ma naturalmente ce ne sono anche altre. Così per esempio è perfettamente vero che le sedie servano per sedersi e che la pioggia cada dall'alto verso il basso. Molti poeti scrivono verità di questo tipo. Sono simili a pittori che ricoprano di nature morte le pareti di una nave che sta affondando. Per loro la nostra prima difficoltà non esiste, eppure si sentono la coscienza tranquilla. Senza lasciarsi turbare dai potenti, ma altrettanto imperturbabili alle grida delle vittime della violenza, essi continuano a ripassare il pennello sulle loro immagini. L'assurdità del loro modo di comportarsi genera in loro stessi un pessimismo che essi smerciano a buon prezzo e che, a dire il vero, sarebbe più giustificato negli altri di fronte a tali maestri e a tale smercio. E, bisogna dire, non è nemmeno facile riconoscere che le loro sono verità del genere di quelle sulle sedie e sulla pioggia: di solito hanno un suono ben diverso, come se fossero verità che riguardano cose importanti. Infatti la creazione artistica consiste proprio nel conferire importanza a una cosa.

Solo a guardare con molta attenzione ci si rende conto che essi altro non dicono se non che e che .

Codesta gente non è capace di trovare una verità che valga la pena di scrivere. Altri invece si occupano realmente dei compiti più urgenti, non temono i potenti né la povertà e nondimeno non sono in grado di trovare la verità. Mancano loro le nozioni necessarie. Sono pieni di vecchie superstizioni, di pregiudizi famosi, la cui felice formulazione risale spesso ai tempi più antichi. Per loro, il mondo è troppo complicato, non conoscono i dati di fatto e non vedono le connessioni. Oltre ai principi occorrono delle nozioni che si possono acquisire e dei metodi che si possono imparare. Tutti coloro che scrivono nella nostra epoca di rapporti complicati e di grandi mutamenti debbono conoscere il materialismo dialettico, l'economia e la storia. Sono nozioni che si possono acquisire mediante i libri e l'insegnamento pratico, quando non faccia difetto la necessaria applicazione. Parecchie verità, parti di verità e situazioni di fatto che portano a rintracciare la verità si possono scoprire in modo più semplice. Quando si ha intenzione di cercare, è bene avere un metodo, ma si può trovare anche senza metodo e persino senza cercare. In questa maniera casuale è certo però assai difficile che si riesca a rappresentare la verità in modo tale che gli uomini, grazie a questa rappresentazione, sappiano come devono agire. La gente che annota solo i piccoli dati di fatto non è in grado di rendere maneggevoli le cose di questo mondo. Questo però e nessun altro è lo scopo della verità. Quella gente non è all'altezza di scrivere la verità.

Quando uno è pronto a scrivere la verità e capace di riconoscerla, gli restano ancora tre difficoltà da superare.

3. L'arte di rendere la verità maneggevole come un'arma.

La verità deve essere detta per trarne determinate conclusioni circa il proprio comportamento. Quale esempio di una verità da cui non si possono trarre conclusioni, o soltanto conclusioni sbagliate, ci può servire l'opinione largamente diffusa secondo la quale le condizioni deplorevoli in cui versano certi paesi derivano dalla barbarie. Tale opinione vede nel fascismo un'ondata di barbarie che si è abbattuta su certi paesi come una catastrofe naturale.

Secondo tale opinione il fascismo sarebbe una nuova terza forza accanto al capitalismo e al socialismo (e al di sopra di essi); secondo essa, non solo il movimento socialista ma anche il capitalismo avrebbe potuto continuare ad esistere senza il fascismo, ecc. Questa naturalmente è una affermazione fascista, una capitolazione dinanzi al fascismo. Il fascismo è una fase storica in cui è entrato il capitalismo, si tratta quindi di un qualcosa di nuovo, e di vecchio allo stesso tempo. Nei paesi fascisti il capitalismo non esiste se non come fascismo e il fascismo non può essere combattuto se non come capitalismo, come la forma più nuda, più sfacciata, più oppressiva e ingannevole di capitalismo.

Come è possibile che uno pretenda di dire la verità sul fascismo - del quale è avversario - se pretende di non dire niente contro il capitalismo che lo genera?

Come è possibile che la sua verità risulti praticamente applicabile?

Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato. Vogliono mangiare il vitello, ma il sangue non lo vogliono vedere. Per soddisfarli basta che il macellaio si lavi le mani prima di servire la carne in tavola. Non sono contro i rapporti di proprietà che generano la barbarie, ma soltanto contro la barbarie. Alzano la voce contro la barbarie e lo fanno in paesi in cui esistono bensì gli stessi rapporti di proprietà, ma i macellai si lavano ancora le mani prima di servire la carne in tavola.

Le sonanti accuse contro certi provvedimenti barbarici possono avere efficacia per breve tempo, finché coloro che le odono siano convinti che nei loro paesi provvedimenti del genere non siano possibili. Certi paesi sono ancora in grado di mantenere i loro rapporti di proprietà con mezzi meno brutali che non altri. La democrazia rende loro ancora quei servigi per i quali gli altri sono costretti a far ricorso alla violenza; garantisce cioè la proprietà dei mezzi di produzione. Il monopolio sulle fabbriche, le miniere, le terre genera ovunque condizioni barbariche; tuttavia qui esse sono meno evidenti. La barbarie diviene evidente non appena per proteggere il monopolio si rende necessario far ricorso alla violenza aperta.

Alcuni paesi che non sono ancora costretti, per salvaguardare questi barbari monopoli, a rinunciare anche alle garanzie formali dello stato di diritto e a cose piacevoli come l'arte, la filosofia, la letteratura, prestano ascolto con particolare compiacimento ai loro ospiti che accusano la propria patria di aver rinunciato a tali cose piacevoli, dato che ciò può tornar loro utile nelle guerre che si prevedono. Si può forse dire che abbiano riconosciuto la verità coloro che, per esempio, vanno richiedendo a gran voce una lotta spietata contro la Germania ? È piuttosto il caso di dire che si tratta di gente stolta, impotente e nociva. Infatti la conclusione da trarre da tali vaniloqui sarebbe che bisogna distruggere la Germania. L'intero paese con tutti i suoi abitanti poiché i gas, quando uccidono, non stanno a scegliere i colpevoli.

La persona superficiale che non conosce la verità si esprime in termini generici, elevati e imprecisi. Va cianciando tedeschi, va lamentandosi male e chi lo ascolta, nel migliore dei casi, non sa che fare. Deve forse decidere di non essere più tedesco? E forse che l'inferno sparirebbe purché lui fosse buono? Anche i discorsi sulla barbarie generata dalla barbarie sono della medesima lega. A sentirli, la barbarie proviene dalla barbarie e sparisce con la civiltà che proviene dall'istruzione. Tutto ciò viene espresso in termini assolutamente generici, non in vista di conclusioni da trarne per l'azione e in fondo non è rivolto a nessuno in particolare.

Un simile modo di raffigurare le cose mette in luce solo pochi anelli della catena causale e presenta certe forze motrici come forze incontrollabili. Un simile modo di raffigurare le cose contiene in sé molti lati oscuri i quali nascondono le forze che stanno preparando le catastrofi.

Basta un po' di luce perché si veda che all'origine delle catastrofi ci sono degli uomini! Infatti noi viviamo in un'epoca in cui il destino dell'uomo è l'uomo.

Il fascismo non è una catastrofe naturale la cui chiave si possa rinvenire semplicemente nella dell'uomo. Ma persino nel caso di catastrofi naturali si possono raffigurare le cose in maniera degna dell'uomo, facendo cioè appello alla sua energia combattiva.

Dopo un grande terremoto che distrusse Yokohama, in molte riviste americane si potevano vedere delle fotografie che mostravano una distesa di macerie. Sotto c'era scritto (l'acciaio è rimasto in piedi) e in effetti chi alla prima occhiata non aveva visto altro che rovine ora, reso più attento dalla didascalia, notava alcuni alti edifici che erano rimasti in piedi. Tra tutte le possibili maniere di parlare di un terremoto, la più importante è senza confronto quella degli ingegneri che, tenendo conto degli spostamenti del terreno, della violenza delle scosse e del calore che si sviluppa ecc., aprono la via a nuove costruzioni antisismiche. Chi vuole descrivere il fascismo e la guerra, grandi catastrofi che non sono catastrofi naturali, deve costruire una verità suscettibile di essere tradotta in pratica. Deve dimostrare che si tratta di catastrofi a danno delle enormi masse di coloro che lavorano senza possedere mezzi di produzione propri, provocate dai proprietari di tali mezzi di produzione.

Quando si vuole scrivere efficacemente la verità su certe condizioni deplorevoli, bisogna scriverla in modo che se ne possano riconoscere le cause evitabili. Quando le cause evitabili vengono riconosciute, le condizioni deplorevoli si possono combattere.

4. L'avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani la verità

diventa efficace.

Grazie alle secolari consuetudini che, sul mercato delle opinioni e delle descrizioni, hanno regolato il commercio degli scritti, grazie cioè al fatto che lo scrittore veniva liberato da ogni preoccupazione circa le sorti dei suoi scritti, lo scrittore si è fatto l'idea che il suo cliente o committente, il mediatore, provvedesse a mettere i suoi scritti a disposizione di tutti. Pensava: io parlo e chi vuole sentirmi mi sente. In realtà, egli parlava e chi poteva pagare lo sentiva. Le sue parole non erano udite da tutti e chi le udiva non voleva udirle tutte. Questo è un punto di cui si è parlato molto, anche se sempre troppo poco; qui voglio solo mettere in rilievo che lo si mutò semplicemente in . Ma la verità non si può semplicemente scriverla e basta; è indispensabile scriverla per qualcuno che possa servirsene. La conoscenza della verità è un processo comune a chi scrive e a chi legge. Per dire delle cose buone bisogna sapere ascoltare bene e udire cose buone. La verità deve essere detta con calcolo, e deve essere udita con calcolo. E per noi che scriviamo è importante sapere a chi la diciamo e chi ce la dice.

La verità su certe condizioni deplorevoli dobbiamo dirla a coloro che di queste condizioni più soffrono e da loro dobbiamo apprenderla. Non basta parlare a coloro che hanno una data opinione; bisogna parlare a coloro ai quali, data la loro situazione, tale opinione può convenire. E il vostro uditorio muta di continuo! Persino ai carnefici è possibile parlare, quando per impiccare non ricevono più il salario o quando la loro professione si fa troppo pericolosa. I contadini bavaresi erano contrari a ogni rivoluzione, ma dopo che la guerra fu durata abbastanza a lungo e dopo che i loro figli, tornando a casa, non trovarono più posto nelle fattorie, allora fu possibile conquistarli alla rivoluzione.

Importante per quelli che scrivono è trovare il tono giusto per dire la verità. Quello che comunemente si ode è un tono molto mite e lamentoso, il tono di chi non sarebbe capace di far male a una mosca. Chi lo ode e si trova in miseria non può che diventare ancora più miserabile. Così parlano, uomini che forse non sono nemici ma certo non sono dei compagni di lotta. La verità è combattiva, non solo combatte la menzogna, ma anche quelle determinate persone che la divulgano.

5. L'astuzia di divulgare la verità fra molti.

Vi sono molti che, fieri di avere il coraggio di dire la verità, felici di averla trovata, stanchi forse della fatica che costa il ridurla a una forma maneggevole, impazienti di vederne entrare in possesso coloro i cui interessi essi vanno difendendo, non ritengono più necessario usare una particolare astuzia per divulgarla. In tal modo tutto il frutto della loro fatica va spesso in fumo. In tutti i tempi, quando la verità veniva soffocata e travisata, si è fatto ricorso all'astuzia per divulgarla. Confucio falsificò un vecchio e patriottico almanacco storico. Si limitò a cambiare certe parole. Dove era scritto: , Confucio, invece di , metteva . Se c'era scritto che il tiranno tal dei tali era rimasto vittima di un attentato, egli metteva che . Con ciò Confucio aprì la strada a un nuovo modo di giudicare la storia.

Chi al giorno d'oggi dice invece di e invece di già così evita di dar credito a parecchie menzogne. Infatti spoglia le parole del loro marcio misticismo. La parola indica una certa unità e allude a interessi comuni; la si dovrebbe quindi usare soltanto quando si parla di diversi popoli, poiché tutt'al più in questo caso è concepibile una comunanza di interessi. La popolazione di un dato territorio ha interessi diversi, anche contrastanti, e questa è una verità che si vuole soffocare. Così anche chi dice e rende percepibili al naso e agli occhi i campi che descrive e parla del loro odore di terra e del loro colore, favorisce le menzogne dei potenti; giacché ciò che conta non è la fertilità del terreno e nemmeno l'amore e la cura che l'uomo gli porta, ciò che più conta è il prezzo del grano e del lavoro. Quelli che traggono il loro utile dalla terra non sono gli stessi che ne traggono il grano e l'odore di zolla che emana dai campi è ignoto alle Borse. Esse hanno tutt'altro odore. è invece il termine giusto; con esso è meno facile imbrogliare. Là dove regna l'oppressione, la parola disciplina dovrebbe essere sostituita dalla parola ubbidienza, perché la disciplina è possibile anche senza i potenti e per questo ha in sé qualcosa di più nobile che non l'ubbidienza. E meglio della parola onore è l'espressione dignità umana. Usandola è meno facile che il singolo scompaia dal campo visivo. Si sa bene che gentaglia si fa avanti per difendere l'onore di un popolo! E con quanta prodigalità i sazi largiscono onori a coloro che li saziano soffrendo a loro volta la fame. L'astuzia di Confucio può venir usata ancora oggi. A dei giudizi ingiustificati su certi avvenimenti nazionali egli ne sostituiva altri giustificati. L'inglese Tommaso Moro in un'utopia descrive un paese le cui condizioni di vita erano giuste - era un paese ben diverso da quello in cui egli viveva, ma gli somigliava in molte cose, tranne che nelle condizioni di vita!

Lenin, minacciato dalla polizia dello zar, voleva descrivere lo sfruttamento e l'oppressione dell'isola di Sakhalin da parte della borghesia russa. Scrisse in luogo di Russia e in luogo di Sakhalin. I sistemi della borghesia giapponese richiamavano alla mente di ogni lettore quelli della borghesia russa a Sakhalin ma, dato che il Giappone era nemico della Russia, lo scritto non fu proibito. Parecchie cose che in Germania non si possono dire della Germania, sono lecite parlando dell'Austria.

Ci sono varie astuzie con le quali è possibile eludere la sospettosa vigilanza dello stato.

Voltaire combatté la fede clericale nei miracoli scrivendo un poema galante sulla Pulzella d'Orléans. Egli descrisse i miracoli che senza dubbio erano stati necessari perché, in mezzo a un esercito, a una corte e fra dei monaci Giovanna restasse vergine.

Coll'eleganza del suo stile e descrivendo avventure erotiche, ispirate alla lussuriosa vita dei potenti, egli induceva costoro ad abbandonare una religione che procurava loro i mezzi per tale vita dissoluta. Anzi, ciò gli permise di far giungere per via illegale i suoi lavori a coloro cui erano destinati. I suoi lettori appartenenti alle classi dominanti ne favorivano o tolleravano la diffusione, tradendo così quella polizia che proteggeva i loro piaceri. E il grande Lucrezio dice esplicitamente di fare grande affidamento sulla bellezza dei suoi versi per la diffusione dell'ateismo epicureo.

L'alto livello letterario di certe prese di posizione può effettivamente costituire per esse uno schermo. Sovente però esso desta anche dei sospetti. Allora può essere il caso di abbassarlo coscientemente. Ciò accade per esempio quando nella disprezzata forma del romanzo poliziesco si introduce di contrabbando qualche descrizione di condizioni deplorevoli in punti che non diano nell'occhio. Descrizioni del genere sarebbero senz'altro sufficienti a giustificare un romanzo poliziesco. Per ragioni assai meno importanti il grande Shakespeare abbassò il proprio tono drammatico quando, volutamente, impresse una forma inefficace al discorso con cui la madre di Coriolano affronta il figlio che sta per attaccare la sua città natale - egli voleva che Coriolano fosse distolto dall'attuazione del suo piano non già da argomenti validi o da una profonda emozione, bensì da una certa inerzia che lo faceva cedere a una vecchia abitudine. In Shakespeare troviamo anche un esempio di verità propagata con l'astuzia, nell'orazione che Antonio tiene davanti al cadavere di Cesare. Egli non si stanca di insistere sul fatto che l'assassino di Cesare, Bruto, è un uomo onorevole, ma nello stesso tempo descrive l'azione che egli ha compiuto e la descrive in maniera più efficace di quel che non faccia per il suo esecutore; l'oratore lascia così che siano i fatti stessi a vincerlo, conferendo loro un'eloquenza maggiore che non . Un poeta egiziano vissuto quattromila anni fa si servì di un metodo simile. Era un'epoca di grandi lotte di classe. La classe fino allora dominante si difendeva a fatica dal suo grande avversario, cioè da quelle parte della popolazione che fino allora era stata asservita. Ora, nel poema, si presenta alla corte del sovrano un savio che esorta a lottare contro i nemici interni. A lungo, con insistenza, egli descrive il disordine causato dall'insurrezione delle classi inferiori. La descrizione suona così:

"Non è forse così? I nobili sono pieni di doglia e gli umili pieni di gioia. Ogni città va dicendo: scacciamo i forti dal nostro seno.

Non è forse così? Gli uffici pubblici vengono aperti e presi i registri; gli schiavi divengono padroni.

Non è forse così? Il figlio di un notabile non si riconosce più; il bambino della padrona diventa il figlio della sua schiava.

Non è forse così? Hanno messo i cittadini alla macina. Coloro che non vedevano mai il giorno sono usciti alla luce.

Non è forse così? Le cassette di ebano dei sacrifici vengono fatte a pezzi; del preziosissimo legno di Sesnem si fanno lettiere.

Guardate, in un'ora la capitale è crollata.

Guardate, i poveri del paese sono diventati ricchi.

Guardate, chi non aveva pane, ora possiede un granaio; le provviste del suo granaio erano proprietà di un altro.

Guardate come fa bene a un uomo mangiare il suo pasto.

Guardate, chi non aveva un chicco di grano ora possiede interi granai; chi chiedeva il grano in elemosina, ora lo fa distribuire.

Guardate, chi non aveva un giogo di buoi, possiede ora delle mandrie; chi non si poteva procurare i buoi per l'aratro, possiede ora degli armenti.

Guardate, chi non poteva farsi una stanza, ora possiede quattro pareti.

Guardate, i consiglieri cercano ricovero nei fienili; chi non osava riposarsi nemmeno sui muri, ora possiede un letto.

Guardate, chi non poteva costruirsi una barca, ora possiede delle navi; se il proprietario va per vederle, esse non sono più sue.

Guardate, coloro che possedevano abiti, ora vanno coperti di cenci; chi non tesseva per sé, ora ha del lino finissimo.

Il ricco va a dormire assetato; chi prima chiedeva la feccia del suo bicchiere, ora possiede della birra forte.

Guardate, chi non s'intendeva di musica, ora possiede un'arpa; colui per il quale non si cantava, ora apprezza la musica.

Guardate, chi era tanto povero da dover dormire da solo, ora trova delle gran dame; colei che mirava il suo viso nell'acqua, ora possiede uno specchio.

Guardate, i maggiorenti del paese vanno in giro e non trovano niente da fare. Ai grandi non si portano più messaggi. Chi prima li portava, ora manda un altro...

Guardate, ecco cinque uomini mandati dai loto padroni. Essi dicono: ora camminate voi, noi siamo arrivati."

Evidentemente questa descrizione ci presenta un disordine che agli oppressi deve apparire molto desiderabile. Ma sarebbe difficile farne colpa al poeta. La sua condanna di quel disordine è esplicita, anche se mal condotta...

In un libello Jonathan Swift propose, per portare il benessere nel paese, di mettere in salamoia i bambini dei poveri e venderli come carne. Fece dei calcoli esatti che dimostravano quanto si possa risparmiare purché si lasci da parte ogni scrupolo.

Swift faceva il finto tonto. Difendeva con molto zelo e precisione una certa mentalità che detestava e lo faceva a proposito di una questione in cui l'infamia di quella mentalità doveva risultare chiara a chiunque. Chiunque poteva essere più intelligente di Swift, o almeno più umano, soprattutto chi fino ad allora non aveva badato alle conseguenze che derivano da certe opinioni.

La propaganda perché la gente ragioni, in qualsiasi campo la si faccia, è sempre utile alla causa degli oppressi. Questa propaganda è altamente necessaria. Sotto i governi che servono gli sfruttatori, il ragionare è considerato cosa bassa e volgare.

Si giudica basso e volgare ciò che è utile a quelli che sono tenuti in basso. Si giudica bassa e volgare la continua ansia di riuscire a saziarsi; il disprezzo per gli onori che vengono fatti balenare davanti agli occhi di colui che dovrebbe difendere il paese in cui soffre la fame; i dubbi nei riguardi di un condottiero che conduce alla rovina; l'avversione per il lavoro che non nutre chi lo compie; il ribellarsi quando viene imposta una condotta insensata; il disinteresse per la famiglia cui l'interesse non servirebbe più a nulla. Quelli che hanno fame vengono insultati per la loro ingordigia, quelli che non hanno niente da difendere per la loro codardia, quelli che dubitano del loro oppressore per i loro dubbi sulla propria forza, quelli che vogliono farsi pagare il lavoro che fanno per la loro pigrizia, ecc. Sotto simili governi il ragionare è considerato in genere cosa bassa e volgare e viene screditato. Non si insegna più a pensare e il pensiero viene perseguitato ovunque si manifesti. Ciò nonostante ci sono sempre dei campi in cui è possibile additare senza pericoli i successi del pensiero; sono quei campi in cui le dittature hanno bisogno di esso. Per esempio è possibile mostrare i successi del pensiero nel campo della scienza militare e della tecnica. Anche per rimediare, grazie all'organizzazione e all'invenzione di surrogati, all'insufficienza delle riserve di lana è necessario il pensiero. Il peggioramento dei generi alimentari, l'addestramento dei giovani per la guerra, sono tutte cose che richiedono l'uso del pensiero: e questa è una cosa che è possibile descrivere. Si può invece astutamente evitare l'elogio della guerra, dello sconsiderato scopo di tanto sforzo cerebrale; così il ragionamento derivante dalla domanda può portare a domandarsi e si può applicare alla domanda

Naturalmente è ben difficile porre pubblicamente una simile domanda. Non è dunque possibile sfruttare il pensiero che si è propagato, renderlo cioè efficace? Sì che è possibile.

Perché in un'epoca come la nostra continui ad essere possibile l'oppressione che permette a una parte della popolazione (la meno numerosa) di sfruttare l'altra (la più numerosa), è indispensabile da parte della popolazione un ben preciso atteggiamento di fondo che investa tutti i campi. Una scoperta nel campo della zoologia come quella dell'inglese Darwin poteva da un momento all'altro mutarsi in un pericolo per gli sfruttatori; tuttavia per un certo tempo fu solo la chiesa a preoccuparsene, mentre la polizia non si accorgeva di niente. In questi ultimi anni le ricerche dei fisici hanno portato a certe conclusioni nel campo della logica che senza dubbio potrebbero rappresentare un pericolo per tutta una serie di dogmi utili all'oppressione. Hegel, il filosofo dello stato prussiano, occupato in ardue indagini nel campo della logica, ha fornito a Marx e a Lenin, i classici della rivoluzione proletaria, metodi di inestimabile valore. Lo sviluppo delle diverse scienze avviene in maniera organica ma non uniforme e lo stato non è in grado di tenere d'occhio ogni cosa. I pionieri della verità possono scegliere posti di combattimento che passano relativamente inosservati. L'unica cosa che conta è che si insegni un modo giusto di ragionare, un modo di ragionare che in ogni cosa e in ogni avvenimento ricerchi il lato transitorio e mutevole. I potenti nutrono una forte ostilità nei riguardi dei grandi mutamenti. Vorrebbero che tutto restasse com'è, possibilmente per mille anni. La cosa migliore sarebbe che la luna si fermasse, che il sole non girasse più! Allora a nessuno verrebbe fame e nessuno pretenderebbe di cenare la sera. Dopo che hanno sparato loro, il nemico non dovrebbe più avere il diritto di sparare, vorrebbero che il loro colpo fosse l'ultimo. Considerare le cose mettendo in particolare rilievo il loro lato transitorio è un buon sistema per rianimare gli oppressi. Mostrare che in ogni cosa, in ogni condizione, sorge e si sviluppa una contraddizione: anche questo è un fatto che bisogna opporre ai vincitori. Un simile modo di ragionare (cioè la dialettica e la dottrina del flusso delle cose) si può adottare per settori di ricerca che per qualche tempo sfuggono ai potenti. Lo si può applicare alla biologia o alla chimica. Ma anche descrivendo il destino di una famiglia ci si può esercitare ad applicarlo senza dar troppo nell'occhio. La dipendenza di ogni cosa da molte altre che mutano di continuo è un pensiero, pericoloso per le dittature e lo si può presentare in molti modi senza offrire appigli alla polizia. Una descrizione completa di tutte le circostanze, di tutte le procedure in cui si trova coinvolto un uomo che apra una tabaccheria può rappresentare un serio colpo contro la dittatura. Basta che uno ci rifletta un poco per capire il perché. I governi che conducono le masse umane alla miseria devono evitare che nella miseria si pensi ai governi. Parlano molto del destino. Il destino - non già i governi - è responsabile dell'indigenza. Chi tenta di scoprire le cause dell'indigenza viene arrestato prima che si imbatta nel governo. Tuttavia è possibile opporsi in termini generali ai discorsi sul destino; si può dimostrare che chi fa il destino dell'uomo sono gli uomini.

Anche a questo si può arrivare in diversi modi. Per esempio, si può raccontare la storia di una fattoria, mettiamo una fattoria di contadini islandesi. Tutto il paese va dicendo che sulla fattoria pesa una maledizione. Una contadina si è buttata nel pozzo, un contadino si è impiccato. Un bel giorno si conclude un matrimonio, il figlio del contadino sposa una ragazza che porta in dote alcuni campi. E la maledizione sparisce. Il villaggio non è concorde nel giudicare questa svolta felice. Gli uni l'attribuiscono all'eccellente carattere del giovane contadino, gli altri ai campi che la ragazza ha portato in dote e che hanno permesso al podere di cominciare a fruttare. Ma persino in una poesia che descrive un paesaggio si può raggiungere qualche risultato, e precisamente nel caso che nella natura si incorporino le cose create dall'uomo.

Per diffondere la verità ci vuole astuzia.

Riepilogo.

La grande verità della nostra epoca (che non è sufficiente limitarsi a riconoscere, ma senza la quale non è possibile scoprire nessun'altra verità importante) è questa: il nostro continente sta sprofondando nella barbarie perché i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione vengono mantenuti con la violenza. A che cosa servirebbe uno scritto coraggioso dal quale risulti la barbarie delle condizioni nelle quali stiamo per cadere (il che in sé è verissimo), se poi non risultasse chiara la ragione per cui veniamo a trovarci in queste condizioni? Dobbiamo dire che degli uomini vengono torturati perché i rapporti di proprietà rimangano immutati. Certo, se lo diciamo, perderemo molti amici che sono contrari alla tortura perché credono che i rapporti di proprietà si possano mantenere anche senza di essa (il che non è vero).

Dobbiamo dire la verità in merito alle barbare condizioni del nostro paese, dobbiamo dire che è possibile fare ciò che è sufficiente a farle sparire, e cioè qualcosa che modifichi i rapporti di proprietà.

Dobbiamo dirla inoltre a coloro che di questi rapporti di proprietà soffrono più di tutti, che hanno il maggiore interesse a cambiarli, ai lavoratori e a coloro che possiamo trasformare in loro alleati perché in realtà non partecipano nemmeno loro alla proprietà dei mezzi di produzione, anche se partecipano ai guadagni.

E per quinta cosa dobbiamo procedere con astuzia.

E queste cinque difficoltà dobbiamo risolverle tutte contemporaneamente perché non possiamo ricercare la verità sulla barbarie di certe condizioni senza pensare a coloro che soffrono di questo stato di cose; e mentre - combattendo costantemente ogni impulso di viltà - cerchiamo di scoprire le vere connessioni, mirando a coloro che sono pronti a utilizzare la loro conoscenza, dobbiamo anche pensare a porger loro la verità in modo tale che divenga un'arma nelle loro mani e al tempo stesso con tanta astuzia che il nemico non si accorga che gliela porgiamo e non possa impedirlo.

Tutto ciò viene richiesto allo scrittore, quando gli si chiede di scrivere la verità.

1935.

giovedì 25 agosto 2016

Leonardo Da Vinci

Fuggi quello studio del quale la resultante opera more insieme coll'operante d'essa.

Tristo è quel discepolo che non avanza il maestro

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domenica 2 ottobre 2011

Programmi: PDF Gallery 1.0

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Against Wall Street

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mercoledì 7 settembre 2011

Chinese aircraft carrier ex-Varyag

http://en.wikipedia.org/wiki/Chinese_aircraft_carrier_ex-Varyag

Le catene della legge elettorale

Raul Mordenti


Il berlusconismo sarebbe stato impossibile, anzi semplicemente impensabile, senza il sistema elettorale maggioritario, e oggi una fuoruscita del paese dalla palude fangosa del berlusconismo non è possibile se non ci si libera dalla legge elettorale "porcata" e, prima ancora, dalla cultura politica maggioritaria (fatta di personalizzazione della politica, di culto mediatico del capo, di bipolarismo coatto, di distruzione dei partiti, di soppressione del carattere parlamentare della nostra democrazia affermato dalla Costituzione).
E' quanto emerso dal seminario della Federazione della Sinistra di Roma, svoltosi mercoledì presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso, con la partecipazione del professor Gianni Ferrara, di Franco Russo (dell'"Associazione per la democrazia costituzionale") e di Cesare Salvi (quest'ultimo al suo esordio come presidente della Fds). Si è sottolineata l'amarezza per una grande occasione persa (che si è voluto far perdere) alla democrazia italiana. Tale occasione era rappresentata dal referendum Passigli-Ferrara, che mirava ad abolire il premio di maggioranza, l'anticostituzionale designazione del premier e la designazione dall'alto dei parlamentari (cioè, ha detto Gianni Ferrara, «le tre devastanti caratteristiche» della legge elettorale «peggiore del mondo»).
Attorno a questa ragionevole e realistica proposta, che prometteva di prolungare la vittoriosa stagione dei referendum sul piano istituzionale, si era costruita una credibile coalizione, che univa tutte le firme migliori del costituzionalismo italiano, numerosi intellettuali di grande prestigio, un ampio schieramento di forze sociali, fra cui la Cgil, e la Fds. La nostra pronta e piena adesione al referendum proporzionalista (pure in presenza dello sbarramento del 4%) dimostrava nei fatti che i comunisti sanno mettere al primo posto gli interessi della democrazia e della Costituzione.
La contro-proposta di un secondo referendum mirante a restaurare il fallimentare "mattarellum" (del tutto inammissibile anche dal punto di vista giuridico: Ferrara) mirava soltanto a sbarrare la strada al referendum proporzionalista, complice (come sempre) un'efficace campagna di disinformazione che metteva sullo stesso piano le due proposte referendarie, benché l'una intendesse uscire dal sistema maggioritario-berlusconiano, l'altra invece a ripiombarci dentro, addirittura peggiorandolo. E' assai grave la responsabilità di chi (Passigli) ha messo al primo posto gli interessi di bottega del suo Partito, violando la logica stessa del referendum che consiste nel fare esprimere l'autonomia del popolo, anche - se necessario - contro i ritardi, o gli errori, dei partiti. Ancora più grave la responsabilità dell'amico Vendola, che ha aderito prontamente alla manovra, ricostruendo un mostruoso asse per il maggioritario Veltroni-Parisi-Segni-Panebianco-Vendola.
Sappiamo della forte opposizione di esponenti di Sel alla scelta di Vendola, che si aggiunge a quella importante di Fausto Bertinotti; ma, in attesa che da tale opposizione (su una questione di dirimente portata, essendo in gioco la democrazia) siano tratte da quei compagni di Sel tutte le conseguenze politiche, non possiamo non notare che il maggioritario e il leaderismo sembrano essere aspetti essenziali della proposta di Sel, se è vero come è vero che quel partito presenta addirittura nel suo simbolo il nome del capo e candidato-premier.
E come nel '93 il referendum Segni-Occhetto aprì irresponsabilmente le porte a Berlusconi, così oggi la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd, dopo il riuscito stop al referendum proporzionale, apre irresponsabilmente la strada all'incostituzionale "premierato" (sic!), mira a rafforzare il bipolarismo coatto, vuole costringere a "serrare al centro" sopprimendo l'articolazione delle posizioni e, prima di tutto, la rappresentanza parlamentare del conflitto sociale. Tutto questo è frutto del più miope trasferimento degli interessi immediati di quel partito sul piano istituzionale (Franco Russo). Intanto tale proposta del Pd, per la evidente impossibilità di essere approvata da questo Parlamento, garantisce solo che le prossime elezioni si svolgano ancora con la "legge porcata", che forse non è poi tanto sgradita allo stesso Pd, specie per il premio di maggioranza e il bipolarismo coatto (e, non dimentichiamolo, per la possibilità di nominare i parlamentari). Ma proprio questi meccanismi antidemocratici rischiano di consentire a Berlusconi (o a chi per lui) di vincere ancora una volta, ancora una volta conquistando (solo grazie alla legge elettorale!) una forte maggioranza parlamentare pur senza disporre affatto della maggioranza dei consensi delle cittadine e dei cittadini.
E' evidente il legame che c'è fra le proposte maggioritarie e leaderistiche e la crisi in atto: ci troviamo infatti di fronte ad una sorta di «commissariamento della politica» (Salvi), che si è espresso di recente nella istantanea approvazione a scatola chiusa (auspice il Quirinale) del più feroce e antipopolare pacchetto di provvedimenti economici della storia repubblicana: «vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare» (Inf, III, 95-6); e chi può fare tutto ciò che vuole sono oggi i cosiddetti "mercati", cioè, fuor di metafora, i poteri forti del capitale e della finanza, che non tollerano più l'impaccio del parlamentarismo e temono come la peste la possibile espressione della volontà popolare in forma libera ed eguale (come solo la proporzionale può garantire).
Ma c'è di più: come ha chiarito con preoccupazione Cesare Salvi, il micidiale mix fra la devastante crisi economica, la crescente ostilità delle masse verso il deprimente spettacolo della "politica politicante" e l'omologazione programmatica e morale delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra, può determinare in Italia un collasso drammatico della stessa democrazia. Si apre insomma la strada a un nuovo possibile fascismo, populista, mediatico e razzista, con basi di massa, che deve enormemente preoccuparci.
Occorre dunque saper trasformare, ancora una volta, l'amarezza (e lo sdegno) in iniziativa politica di massa: occorre non stancarci di seminare (Franco Russo) cultura politica dell'autodeterminazione, dei diritti, della fedeltà alla Costituzione, cioè del proporzionale; occorre evidenziare il nesso forte che c'è fra la difesa del lavoro e la difesa (o la riconquista) della democrazia e incalzare su questo terreno le organizzazioni dei lavoratori (a cominciare dalla Cgil e dalla Fiom, ma non solo), oltre che i movimenti di lotta. Occorre soprattutto far vivere la nostra proposta di una nuova legge elettorale proporzionale dentro la proposta di una più complessiva riforma etico-politica della democrazia. A cominciare da noi stessi.


Liberazione 29/07/2011

Eravamo stati buoni, seppur facili, profeti

Nicola Melloni

Eravamo stati buoni, seppur facili, profeti. La scorsa settimana avevamo detto che il secolo americano era finito e dopo neppure due giorni anche Standard&Poor's ci ha dato ragione, declassando per la prima volta in settant'anni il debito pubblico americano. Anche i guardiani del capitalismo mondiale non si fidano più di Washington. A colpire non è però tanto il declassamento quanto piuttosto le motivazioni addotte: la democrazia americana è sostanzialmente incapace di reagire alla crisi, ostaggio di un sistema istituzionale decrepito. Ora anche le agenzie di rating cominciano ad accorgersi che il re è nudo.
Gli elementi dell'egemonia americana sono ormai messi in discussione e così pure, ovviamente, quelli del capitalismo liberale di stampo anglosassone. Negli ultimi trent'anni l'impero americano si era basato sull'esportazione di un modello ben preciso, da una parte il libero mercato che generava tassi di crescita e ricchezza superiori a qualsiasi alternativa, dall'altra la democrazia come valore universale. Certo questa esportazione era anche e soprattutto avvenuta con le guerre e con l'imposizione di programmi economici per mano del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, ma non si può sottovalutare l'attrazione ed il miraggio che il sogno americano rappresentava per milioni di persone in tutto il globo. Con la caduta dell'Unione Sovietica, poi, sembrava venir meno sia la sfida comunista sia il principale rivale geo-politico degli Usa, e si veniva formando dunque un mondo basato sul pensiero unico neo-liberale e sull'unipolarismo americano. In questi quattro anni le cose, però, sono cambiate drammaticamente. Dal punto di vista economico, il libero mercato non sembra in grado di risolvere la crisi da esso stesso generato: il cuore del capitalismo liberale, l'Occidente, è sotto scacco, con un continuo rimbalzare del debito da mani private a mani pubbliche e viceversa, con l'economia incapace di crescere, con la disoccupazione in aumento. Dal punto di vista politico, dopo il sussulto della vittoria di Obama nel 2008, con tutte le speranze ad essa connesse, l'America ha dimostrato di essere incapace di risolvere i suoi problemi, con una classe politica sempre più ostaggio dell'oligarchia finanziaria che ormai governa il paese, indipendentemente dal Presidente che siede alla Casa Bianca. Queste debolezze strutturali hanno naturalmente modificato il quadro geopolitico: il mondo non solo è ormai multi-polare, ma addirittura la Cina si permette anche di dare lezioni (sacrosante) agli Stati Uniti. A Pechino pretendono cambiamenti strutturali per garantire i loro investimenti in titoli del tesoro Usa, del tipo di quelli che Washington ha imposto in giro per l'Asia, l'Africa e l'America Latina negli anni 90. Corsi e ricorsi storici.
Si tratta di un passaggio cruciale. Con la fine dell'egemonia americana si esaurisce anche, naturalmente, la "spinta propulsiva" del capitalismo liberale nella forma in cui lo abbiamo conosciuto sino ad ora. D'altronde ogni epoca storica ed ogni egemonia politica è stata contraddistinta da rapporti di produzione diversi. Le potenze emergenti, a cominciare dalla Cina, hanno sistemi economici sì capitalisti ma assai lontani dal liberalismo anglosassone, economie basate assai più sulla produzione che non sulla finanza ed in cui lo stato conserva spesso un controllo solido se non sui mezzi di produzione quantomeno sulla politica industriale, governando politicamente lo sviluppo economico e non lasciandolo in mano al mercato. Inoltre, anche nei mercati finanziari occidentali avanzano minacciosi i fondi sovrani, longa manu delle economie emergenti che grazie ai proventi delle loro esportazioni (dal petrolio del Quatar all'industria cinese) stanno accumulando capitali vastissimi da re-investire altrove, investimenti che però, essendo decisi dagli stati e non da semplici agenti finanziari, hanno un'inevitabile ricaduta politica. Il pendolo si sta spostando dai paesi occidentali, pieni di debiti, grassi e ingordi, che consumano più di quello che producono, a quelli orientali, solidamente basati sull'industria, parsimoniosi, con tassi di crescita della produzione manifatturiera in continua ascesa. In breve, il privilegio imperiale dell'Occidente, lo sfruttamento delle risorse altrui per accomodare i propri stili di vita, si sta esaurendo. Con conseguenze ancora difficilmente valutabili e potenzialmente drammatiche se pensiamo che, storicamente, la fine delle egemonie è sempre coincisa con il ricorso alla guerra.


Liberazione 10/08/2011

A Milano è tutto uno “schierarsi”. Nutrire l’Expo o staccare la spina

Daniele Nalbone
Tre quesiti sul sito di Repubblica. Insistere? Rivedere? Rinunciare? Il dibattito intorno all'Expo 2015 di Milano sembra limitato a questo sondaggio. Andare avanti comunque, rivedere il progetto «nel senso della sobrietà e del risparmio», oppure prendere atto della «congiuntura internazionale» e delle politiche economiche del governo. E allora, a Milano e dintorni, è tutto uno schierarsi. Da una parte il sindaco Pisapia che un giorno avverte che con i circa cento milioni di euro di tagli che il Comune subirà con la manovra finanziaria «c'è il rischio reale di non avere i fondi per onorare la nostra quota di partecipazione» al Grande Evento, salvo poi ribadire che Expo si farà e che il Comune entrerà nella partita «con una quota paritaria» rispetto alla Regione Lombardia.
Il fatto - politico - sembra quindi essere il seguente. Da una parte la Regione guidata da Roberto Formigoni - e quindi da Comunione e Liberazione - che vede in Expo "La Partita". Dall'altra chi si è trovato con un'Expo da onorare secondo i megaprogetti presentati al Bureau di Parigi salvo scoprire le casse dissanguate e dover affrontare un Tremonti che sembra non avere alcuna intenzione, in tempo di crisi, di perdere tempo e soprattutto denaro con un Grande Evento da un miliardo e 700 milioni di euro.
Facciamo due conti: per mantenere gli impegni presi dall'ex sindaco Letizia Moratti, il Comune di Milano avrebbe già dovuto versare nella società Arexpo qualcosa come 38 milioni di euro. Che non ha. A questi, poi, se ne dovrebbero aggiungere oltre duecento (da versare in Expo Spa) da oggi al 2015, ai quali si dovrebbero sommare altri duecento milioni provenienti dai soci in Expo Spa: Camera di Commercio (che però per statuto può spendere solo in gestione della società e non in infrastrutture ) e dalla Provincia (in rosso come il Comune). Se a ciò aggiungiamo che il Comune difficilmente potrà contare su una deroga al patto di stabilità, è chiaro come, ad oggi, sembra impossibile riuscire a tirar fuori dalla casse di Palazzo Marino quanto richiede il Grande Evento.
E allora? Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo Spa, predica tranquillità e conferma che gli 833 milioni di euro del Governo arriveranno. Roberto Formigoni non cede di un millimetro: la Regione - in Arexpo - ha già anticipato i soldi di Comune e Provincia per acquistare i terreni. La partita per Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere è troppo importante.
Così, mentre il gruppo degli "Exposcettici" non è più limitato solo ai "no global" del Comitato No Expo e ai soliti "comunisti", ecco che l'obiettivo proveniente dalla politica e dall'economia è quello di "Salvare il soldato Expo". Come? «Aumentino l'Iva» la proposta del filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, ma guai a far saltare Expo perché sarebbe «il fallimento di un paese». E se il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, si dice propenso per una «revisione del progetto», è ovviamente Roberto Formigoni a stoppare qualsiasi ripensamento della maggioranza di Governo: «Expo va considerata una priorità, un'occasione di crescita e non uno spreco». Dello stesso parere un altro ciellino doc, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, per il quale «i soldi ci sono. Niente alibi». Per Comunione e Liberazione, quindi, è tutto in ordine. E allora la questione è tutta lì: insistere, rivedere o rinunciare? Tre quesiti tra cui scegliere, più il solito "non so" come quarta possibilità. Eppure non è da un giorno ma da alcuni anni che qualcuno sta provando, in ordine a Expo, a mettere al centro della discussione qualcos'altro. «Nutrire il pianeta, Energia per la vita». A 1348 giorni dall'inizio (?) di Expo, chi si è accorto che è questo il tema intorno a cui dovrebbe ruotare l'Esposizione del 2015? Era il 5 febbraio 2009 quando Aldo Bonomi, direttore del consorzio di Agenti di sviluppo del territorio (Aaster) e consulente del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel), in una conferenza organizzata presso la liberaria Shake di Milano, si "rese conto" che «Nutrire il pianeta, Energia per la vita» in fondo fosse qualcosa in più di un semplice slogan. «Il tema di Expo 2105 ha fatto suo fino in fondo il concetto di limite, che è quello del cibo, dell'alimentazione, della scarsità di queste risorse». Ecco che Expo 2015 dovrebbe significare «aprire un dibattito sul concetto di limite e di sviluppo, sul concetto di crescita e decrescita, su quello della scarsità». La domanda, quindi, è lapidaria: «perché tutti quanti parlano dell'Expo, ma non del tema che andrà affrontato durante l'Expo?». Milano sta vivendo Expo «solo da un punto di vista, quello della rendita. Per Milano il tema non esiste. Per questa città il problema sta solo nella nuova enorme operazione immobiliare che verrà fatta a fianco della fiera di Rho». Così si parlava trenta mesi fa. Trenta mesi dopo, l'unico problema di Expo 2015 è trovare i soldi necessari per costruire. Crisi o non crisi. Manovra o non manovra.


Liberazione 21/08/2011, pag 2

Giorgio Jackson, lo studente che fa tremare la Moneda

Cile ritratto del giovane leader del movimento universitario


Daniele Zaccaria
Ha un nome che sembra lo pseudonimo di una vecchia rockstar di provincia: Giorgio Jackson. Mezzo italiano, mezzo britannico, ma tempra da cileno al 100%. Questo ragazzo di 24 anni, nato a Las Condes, periferia chic di Santiago, diplomato in uno dei migliori licei privati della capitale e studente modello alla facoltà di ingegneria dell'Università cattolica, sta diventando una fastidiosa spina nel fianco del presidente Sebastián Piñera e del suo governo conservatore, precipitati al minimo storico nelle percentuali dei popolarità (35%, mentre un anno fa dopo il mediatizzato salvataggio dei minatori di San José veleggiava intorno al 70%).
Assieme all'affascinante e combattiva Camilla Vallejo, è infatti il leader più popolare del movimento studentesco che da oltre due mesi sta scuotendo il Cile. E dire che inizialmente era guardato con estremo scetticismo, soprattutto perché proveniva dalla Feuc, un sindacato cattolico conosciuto per il suo moderatismo e la scarsa attitudine alla lotta. Non è il caso di Jackson che fin dal debutto nella militanza politica ha dimostrato di avere idee chiare, un rifiuto epidermico del compromesso politicista e una propensione ai fatti concreti piuttosto che alla fumosa demagogia da comizio studentesco: era una giovanissima matricola quando ha fondatoUn techo para Cile, un'associazione che si occupa dell'emergenza casa a Santiago per le migliaia di senza tetto che vivono nella metropoli sudamericana e da allora si è sempre distinto per le sue grandi capacità organizzative nel mondo del sindacalismo universitario.
Così sono bastati pochi interventi nelle stracolme assemblee di inizio luglio e una magistrale partecipazione a Tolérancia Cero, il più seguito talk-show del Paese, per far cambiare idea ai suoi detrattori. Carismatico, preciso nell'esporre le sue rivendicazioni, pronto a replicare anche alle domande più insidiose, Jackson ha messo in mostra anche uno spiccato senso dello spettacolo: rispondendo a un giornalista che ironizzava sulla tenuta del movimento ha tirato fuori dalle tasche il celebre L'arte della guerra di Sun Tzu, citando la seguente frase: «Un esercito vittorioso vince ancora prima di iniziare a combattere».
E chi ha provato a speculare sulle differenze tra lui e Camilla Vallejo, la quale proviene dalle fila della sinistra radicale non ha avuto buon gioco; i due sono in ottimi rapporti, anzi si definiscono «buoni amici» e non hanno fin qui mai avuto dissensi sul come condurre il corpo a corpo con il governo. Come ha sottolineato Camillo Balestreros della Confederazione studenti cileni (Confech) «il ruolo di Giorgio è fondamentale per noi perché la scesa in campo delle università cattoliche ha dato forza e ampiezza a tutto il movimento».
Più fondi alla scuola pubblica, un accesso meno elitario all'Università e gratuità degli studi per le famiglie più povere, le poche ma semplice parole d'ordine della prima contestazione studentesca di massa dal 1990. Centinaia di migliaia di giovani che inondano le piazze del Paese, reclamano la riforma del sistema scolastico nazionale ereditato dalla giunta militare e gridano: "Y va a caer, y va a caer, la educación de Pinochet". Il legame simbolico con la memoria della dittatura sembra essere il principale collante culturale di una generazione composta da ragazze e ragazzi in gran parte nati dopo la caduta del regime. «Il sistema deve cambiare adesso, non fa uno o due anni, ma adesso perché dobbiamo liberarci delle scorie del passato», tuona Jackson che chiede al governo di indire un referendum per riformare il sistema scolastico cileno e di inserire nella Costituzione il diritto all'istruzione.
Come scrive il quotidiano Que Pasa «sembra improbabile che il governo raccolga la proposta del referendum, ma negli ultimi mesi la vita di Giorgio Jackson ha spesso travalicato la cetegoria dell'improbabile».
Per il resto, nella quotidiana battaglia contro l'odiato Pinera, primo capo di Stato di destra dal 1990, i ragazzi delle scuole e degli atenei mettono in mostra un pragmatismo ammirevole e, come tutti i loro coetanei in ogni paese del mondo dal Cairo a Toronto, si organizzano sfruttando la tecnologia del nostro tempo: blog, socialnetwork, forum telematici. E' anche grazie a questi tam-tam in rete che gli scioperi del 7 agosto e l'ultima mobilitazione di giovedì (oltre 100mila a Santiago) hanno riscosso un successo e una visibilità planetaria. Tanto che dalla stessa Moneda (il palazzo presidenziale), dopo gli arresti e la repressione poliziesca delle scorse settimane, giungono i primi segnali di cauta apertura. Come quello del ministro dell'Educazione Felipe Bulnes che propone di aumentare il budget destinato alle borse di studio, riducendo gli interessi di restituzione dei crediti dal 5 al 2%. Naturalmente gli studenti hanno rispedito al mittente una misura che reputano un misero contentino: «E' l'intero sistema che deve essere riformato», ribadiscono Giorgio Jackson e Camilla Vallejo.
Uno slogan che ritornerà in piazza il prossimo 24 agosto, nuova giornata di scioperi e mobilitazioni in cui accanto agli studenti sfileranno anche i professori dei licei e delle università per provare a dare una spallata a uno degli ultimi rottami ereditati dal regime del colonnello Pinochet.


Liberazione 20/08/2011, pag 7

Signori, è il capitalismo che ha fallito


Paolo Ferrero
Non c'è stato nessun rimbalzo. Ieri le borse non hanno recuperato il tonfo del giorno precedente. Si può fare una lunga disamina delle cause che hanno portato a questo: gli speculatori hanno paura della tobin Tax; visto che i titoli sintetici sono dei mostri ingestibili, che possono nascondere perdite enormi, i più furbi stanno togliendo le mani dalla tagliola e mettendo al sicuro il malloppo: oro e titoli di stato americani; il fatto che le economie sono rientrate in recessione e quindi ci si aspetta un periodo di vacche magre; molti titoli sono sopravvalutati e quindi la bolla speculativa si sta sgonfiando, ecc.
Si può fare un lungo elenco dei motivi del disastro attuale - e i giornali lo fanno con dovizia di particolari - ma il risultato non cambia: dopo tre anni di crisi e 15.000 miliardi di dollari sprecati dagli stati per salvare le banche private, siamo punto e a capo in piena recessione. Non solo, gli stati si sono indebitati per salvare le banche e poi gli stessi finanzieri hanno abbondantemente speculato sui debiti sovrani, fregando altri soldi agli stati (pardon, ai cittadini) come stiamo verificato di persona. Oltre al danno la beffa.
Non solo, come medici ubriachi gli esponenti dei poteri forti che siedono a capo dei governi - in particolare quelli europei - stanno continuando a dare al malato la medicina che l'ha portato in coma: tagli delle spese sociali e pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Così la recessione è assicurata. La Merkel è stata così solerte a chiedere ed ottenere il taglio delle spese e il conseguente massacro sociale nei vari paesi europei che è riuscita nella mirabolante impresa di mandare la Germania in recessione: dove diavolo le vende le merci l'azienda tedesca se in Europa nessuno ha più i soldi per comprare? Il mitico Marchionne, che il Ministro Sacconi vuole trasformare nel patrono d'Italia, dopo aver usato a piene mani la speculazione nel far crescere il titolo di una azienda dedita non alla produzione di automobili ma alla distruzione dei diritti dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro, si ritrova adesso con un pugno di mosche.
Il fatto che nessuno dei nostri governanti vuole ammettere - e con loro nessun manager e nessun commentatore economico o politico - è uno e uno solo: si chiama fallimento del capitalismo. E' il capitalismo neoliberista che ha fallito e il moribondo non è in grado di riprendersi. Non solo: continuando a somministrare la medicina neoliberista, il malato sta sempre peggio, mentre vengono demolite le fondamenta del vivere civile.
Se il problema fosse un fatto privato degli speculatori e dei manager potremmo far finta di nulla. Invece questi delinquenti stanno applicando le loro assurde ricette ideologiche sulla nostra pelle, sulla pelle di milioni e milioni di persone.
E così, i loro esperimenti portano le persone a non avere i servizi sociali, a doversi pagare le cure mediche, a non trovare un lavoro; la società si ripiega su se stessa, nella paura e nell'insicurezza. Per questo diciamo chiaramente che il problema si chiama capitalismo e che occorre cambiare cura: occorrono misure di tipo socialista a partire dalla ripresa della piena sovranità degli stati sulla moneta e sulla finanza.
Il bivio è chiaro dinnanzi a noi: o gli stati sottomettono la moneta ed esercitano democraticamente la propria sovranità sul denaro demolendo i potentati finanziari costruiti in questi anni, oppure la finanza distruggerà le condizioni di vita sul pianeta producendo un pesante regresso della civiltà umana. Questo è il punto. Anche perché i poteri forti stanno portando allo sfacelo la società ma continuano ad avere il potere di farlo. Hanno i soldi per comprasi tutto: dalle università ai mezzi di comunicazione, al complesso degli operatori che concorrono a formare la pubblica opinione. Hanno i soldi per sfidare e piegare gli stati. O gli stati mettono la mordacchia al capitale finanziario o questo demolirà la società, realizzando l'utopia reazionaria della Thatcher che sosteneva per l'appunto che la società, semplicemente «non esiste».
Per questo, va bene parlare di eurobond, di Tobin tax e così via. Rischiano però, oramai, di essere misure largamente insufficienti. Per rimanere alla metafora medica, non basta un'aspirina quando il problema è il cancro. E' necessario fare un salto di qualità, rapido e radicale. Occorre cambiare radicalmente il ruolo della Bce, sottoponendola al potere politico e obbligandola a battere moneta per finanziare la riconversione ambientale e sociale dell'economia e la piena occupazione. Occorre nazionalizzare le grandi banche e decidere democraticamente la gestione degli investimenti. Occorre rovesciare il trattamento fiscale del lavoro e della finanza: poche tasse sul lavoro e moltissime sulla finanza e sulle grandi ricchezze, a partire dalla patrimoniale.
Le nostre proposte concrete e praticabili, a partire dalla patrimoniale, che dobbiamo fare per rendere tangibile e non fumosa la nostra proposta, debbono quindi avere questo respiro e questa portata: il capitalismo neoliberista è fallito, si tratta di impedirgli di continuare a fare danni e indicare con chiarezza la prospettiva verso cui muoversi: il socialismo del XXI secolo.


Liberazione 20/08/2011, pag 1 e 2

Un altro "passo avanti" verso un'Europa classista


Bruno Steri
Con la conferenza stampa di Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, l'Unione Europea si è autorevolmente presentata attraverso la voce dei suoi due Stati guida. Dal punto di vista delle gerarchie politiche di fatto operanti, non si tratta certo di una novità; ma non vi è dubbio che l'evento (trasmesso in diretta sui canali televisivi del continente) abbia avuto, al di là dei contenuti espressi, un significativo impatto simbolico: in primo piano non la Commissione, non il Consiglio, ma i leader di Germania e Francia. Si è parlato di "passo in avanti" sulla strada del consolidamento di questa Europa. Sta di fatto che un tale passo emana dalle direttive concordate dai vertici politici di due Paesi: a tutti gli altri non resta che prendere o lasciare.
In proposito, si pongono immediatamente due questioni. La prima, procedurale: qual è la fonte della legittimità democratica di tale supposto "passo in avanti"? La seconda, di merito: ma è davvero "passo in avanti"? Alla prima domanda c'è chi ha provato a rispondere dislocando la risposta sul piano rarefatto della Storia (vedi Fabrizio Galimberti su il Sole 24 ore di ieri). Perché la faccenda non abbia lo sgradevole sapore dell'imposizione, bisognerebbe considerare il contesto eccezionale in cui ha preso piede. L'Ue è infatti un "laboratorio" che ha dovuto e ancora continua a dover fare i conti con il sussistere di diverse aree di sovranità, un "esperimento unico nella Storia" (una sola moneta per diversi Stati e diverse politiche di bilancio) che gradualmente - come il travaglio di un parto - dovrà condurre a una nuova e comune governance.
Nel nome di tale obiettivo, si tratterebbe dunque di far temporaneamente buon viso a cattiva sorte. Purtroppo una tale descrizione vola talmente in alto da perdere i connotati concreti di quel che sta avvenendo. E quel che sta avvenendo è l'estremo contraccolpo di un progetto europeo che, sin dall'inizio, è viziato sotto il profilo delle garanzie democratiche (tant'è che proprio lo Stato più forte, la Germania, pone oggi esplicitamente il problema di un suo "controllo" diretto delle decisioni da assumere in sede continentale) e, sin dall'inizio, non è affatto neutro sul piano sociale.
Qual è il merito delle proposte avanzate? I più ottimisti hanno sottolineato l'impegno a superare le attuali lentezze e frammentazioni procedurali attraverso il varo di un "governo economico" comune: un establishment costituito dai capi di Stato e di governo con una presidenza stabile, da riunirsi due volte l'anno con compiti di vigilanza e coordinamento interstatuale.
Così come è stata salutata positivamente (ma non da tutti gli ambienti politici continentali e non da parte dei mercati) la proposta di una tassazione delle transazioni finanziarie (su quest'ultima, posto che siano superate le resistenze politiche, ricordiamo di passaggio che tutto dipenderà dalla consistenza della tassazione: se non si trattasse semplicemente di far cassa ma di porre realmente un freno ai flussi speculativi, occorrerebbe che la tassazione andasse ben oltre il ventilato 0,05% sugli scambi effettuati).
Tuttavia, il cuore del pacchetto di proposte è altrove ed è in linea con il carattere regressivo, ferocemente classista, di questa Unione: del resto, non è un caso che i promotori appartengano ai ranghi della destra europea e che essi non abbiano perso l'occasione per giudicare con favore la manovra "lacrime e sangue" di un governo di destra come quello italiano. Il dogma ideologico del pareggio di bilancio è il sigillo imposto alla mediazione franco-tedesca, tradotto in "regola aurea" da inserire nelle Costituzioni dei 17 Paesi della zona euro.
La strada è dunque tracciata: ciò significa che, in punta di principio, il "rigore" delle politiche economiche deve coincidere con il contenimento dei costi e il taglio del welfare. Questo è l'input che arriva dall'Europa. E cala il sipario sulla prospettiva di un'Europa promotrice di politiche espansive, di piani di sviluppo all'insegna dell'equità sociale, dell'innovazione produttiva, della tutela ambientale.
Il dominus tedesco ottiene di rinviare alle calende greche ogni decisione sulla ragionevole ipotesi di emettere euro-obbligazioni (i cosiddetti eurobond) in grado di coprire, con la garanzia dei Paesi più solidi e quindi a tassi di interesse accettabili, l'esposizione debitoria dell'Eurozona. Tutto al contrario, si propone che ai Paesi che non rispettino il piano di riequilibrio del deficit pubblico sia negato l'accesso ai Fondi di coesione e ai Fondi strutturali, a quelle risorse attivate precisamente per sostenere le regioni europee in difficoltà. Come dire: chi ha già l'acqua alla gola sia spinto definitivamente sott'acqua.
Un concetto significativo è comparso nel ragionamento della signora Merkel: rendere permanente quel che è stato sin qui rapsodico e dettato dall'emergenza. Disgraziatamente, tale formulazione era riferita a misure quali quelle messe in mostra dalla manovra italiana. Che è tutto dire.


Liberazione 19/08/2011, pag 1 e 2

Privilegi del Vaticano Così lo Stato perde circa tre miliardi

Sacrifici ma non per tutti Nella manovra non un centesimo viene chiesto alla Chiesa


C'è una casta che, nel nostro paese, è davvero intoccabile: quella di Oltretevere. Non c'è giorno in cui i privilegi dei politici (e ora pure quella dei calciatori) non vengano messi alla berlina, stigmatizzati, portati ad esempio negativo. Silenzio tombale, invece, sui privilegi economici e fiscali di cui gode, non si capisce bene a che titolo, la Chiesa. Mentre si chiedono sacrifici da lacrime e sangue a cittadini e imprese, non un centesimo viene chiesto al Vaticano: di tutte le misure ideate dal ministro Tremonti, non ce ne è una che tocchi, ma che dico, sfiori, le ricchezze della Santa Sede.
La quale, in questi giorni di tregenda - in cui crollano le borse, nazioni potenti come gli Usa rischiano il fallimento e la nuova crisi economica fa impallidire quella del '29 - si fa superare a sinistra (si fa per dire, ovviamente) da milionari tipo Warren Buffett e Luca Cordero di Montezemolo, i quali almeno si sono fatti venire lo scrupolo di dire: «Vogliamo pagare più tasse». Dal Vaticano, al contrario, silenzio. Decisamente la messa è finita.
Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani, si è preso la briga in questi giorni di fare due conti (ancorché approssimativi, visto che il patrimonio del Vaticano da ottant'anni sfugge ad ogni censimento). Ne esce che eliminando privilegi che non hanno ragion d'essere (e che sono sotto il riflettore dell'Unione europea alla voce "illeciti aiuti di stato" e "concorrenza sleale") si potrebbero recuperare tre miliardi di euro, forse addirittura quattro. All'anno.
La prima sforbiciata dovrebbe riguardare lo scandalo dell'esenzione dall'Ici: come noto, le strutture non destinate al culto in cui si esercitano attività commerciali e a fini di lucro (cliniche private, scuole, negozi, ecc) non pagano l'imposta comunale sugli immobili. Ebbene, è stato calcolato che da lì potrebbero arrivare nelle casse dello stato ben due miliardi di euro, più di quanto si preve di ricavare dalla cosiddetta tassa di solidarietà. Con l'otto per mille la Chiesa incassa un altro miliardo, con il quale per un terzo (così pare) paga lo stipendio dei sacerdoti e con il resto ci costruisce nuove chiese, sostiene le diocesi, evangelizza i popoli del terzo mondo, finanzia le iniziative della Cei ecc. A voler essere buoni e trasformando il prelievo in un 5 per mille (come per le associazioni non profit), lo stato risparmierebbe altri 400-500 milioni.
E non è finita. Perché le attività della Chiesa cattolica godono di una serie di sgravi e agevolazioni fiscali su Ires (meno 50 per cento), Irap, Iva, cui vanno aggiunti aiuti "indiretti" come le convenzioni sanitarie e lo stipendio agli insegnanti di religione. Sforbiciando qua e là e magari eliminando i contributi per le scuole cattoliche che allo stato costano circa 240 milioni (mentre si tagliano fondi alla scuola pubblica), si potrebbero recuperare altri 500 milioni. Totale: tre miliardi. E alla Chiesa resterebbero comunque tutti i profitti derivanti da un immenso patrimonio immobiliare e da attività commerciali redditizie come il turismo religioso, sui quali pagare le tasse come chiunque altro.
Eresia? Chiedetelo agli indignados spagnoli, che in questi giorni protestano per l'arrivo del papa a Madrid in occasione della giornata mondiale della gioventù. Come risaputo, la Spagna non naviga in buone acque e anche al governo Zapatero sono state imposte scelte economiche draconiane. Non è piaciuto, perciò, che l'indebitatissimo stato spagnolo si sia dovuto accollare 25 milioni di euro (ma c'è chi parla di 50) per contribuire all'iniziativa: «Zero delle mie imposte al papa», scandiscono gli indignados spagnoli. E noi?
Ro.Ve.


Liberazione 19/08/2011, pag 4

Usa-Cina, il vice di Obama in visita: «Su Tibet e Taiwan appoggio Pechino»

Gli Stati Uniti appoggiano fermamente la politica di «una sola Cina» di Pechino e non sosterranno la «indipendenza di Taiwan», riconoscendo al tempo stesso che il Tibet è una «inalienabile parte della Cina». Lo ha affermato, secondo quanto scrive l'agenzia ufficiale Nuova Cina, il vicepresidente americano, Joe Biden, che a Pechino ha incontrato il suo omologo cinese, Xi Jinping. Il vicepresidente è giunto in Cina - per una visita di cinque giorni - per rassicurare il gigante asiatico sul downgrade di Washington e sulla possibilità degli Stati Uniti di rimborsare il debito, su cui Pechino chiede ferme garanzie., essendo il primo creditore straniero degli Usa.


Liberazione 19/08/2011, pag 3

Un nuovo Ghandi per liberare l'India dai politici corrotti

Anna Hazare ancora in carcere, cortei in tutto il paese per sostenerlo

Matteo Alviti
Nelle foto che lo ritraggono Anna Hazare ha il viso sereno e fermo che ci si aspetterebbe da un gandhiano doc. Da martedì questo "predicatore" indiano di 74 anni, che negli ultimi mesi nel suo paese è diventato popolare come un divo di Bollywood, è in prigione.
Lo ha arrestato la polizia, insieme ad altri 1200 suoi sostenitori, su ordine del governo del premier Manmohan Singh nel JP Park della capitale indiana. Ieri per la sua liberazione decine di migliaia di persone hanno manifestato per le strade di Nuova Delhi e di tante altre città di tutto il paese.
Martedì Anna Hazare aveva iniziato a digiunare, se necessario fino alla morte, per combattere contro la corruzione che ormai dilaga nel suo paese. Per l'attivista gandhiano non era sufficiente la legge in materia che aveva varato recentemente il governo. E il suo gesto aveva trovato il sostegno di decine di migliaia di persone in tutto il paese, esasperate dalla situazione. «E' tempo di agire o di morire, come per la nostra battaglia per l'indipendenza», aveva detto Hazare alla stampa qualche giorno prima da Ralegan Siddhi, nello stato occidentale di Maharashtra, dove è nato e da dove dirigeva il suo movimento di protesta.
Martedì stesso, poco dopo l'arresto, la polizia aveva avuto l'ordine di rilasciare Hazare. Che invece ha deciso di rimanere nel carcere Tihar di Nuova Delhi, dove sta proseguendo il suo sciopero della fame sostenuto da migliaia di persone, che fuori dalla prigione cantano slogan anti-corruzione. Hazare ha detto che non lascerà il carcere finché non gli sarà permesso di riprendere la protesta nei tempi e nei modi da lui stabiliti. Ieri sera Hazare stava ancora trattando con la polizia per il luogo, il numero massimo di partecipanti e la durata delle proteste, che il gandhiano non vorrebbe inferiore a trenta giorni. Sarebbe un vero e proprio assedio per il governo Singh.
La sua fermezza ha del resto già scatenato una reazione a catena che si è propagata in buona parte del paese: a Delhi, come detto, dove secondo i media ieri c'è stata una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni, e poi a Mumbai, Chandigarh, Hyderabad, Bangalore, Ahmedabad, Amritsar, Bhubaneshwar e nello stato nord-orientale di Assam. Anche alcuni avvocati della Corte suprema hanno annunciato di voler prendere parte alle proteste e gli autisti di risciò sono entrati in sciopero.
Quel che manca ad Hazare sono però sostenitori nella maggioranza parlamentare che appoggia il premier Singh, che ancora oggi critica pesantemente l'atteggiamento del predicatore. Per il primo ministro indiano lo sciopero della fame è «totalmente fuori luogo», un tentativo di raggirare la democrazia. Per parte sua il governo nega di aver messo il bavaglio al movimento di protesta, e dice di aver interrotto la manifestazione solo perché i seguaci del predicatore gandhiano non avevano voluto accettare le restrizioni imposte dalla polizia sul numero di partecipanti e sulla durata del digiuno.
Critiche anche dal partito del Congresso, che invece qualcosa da farsi perdonare l'avrebbe: nei mesi scorsi la maggioranza è stata coinvolta sempre più spesso in gravi scandali legati alla corruzione. Hazare, però, può contare perlomeno sul sostegno dell'opposizione, che ieri ha interrotto più volte l'intervento del premier in parlamento.
E' improbabile che le manifestazioni di oggi si trasformino in una protesta simile a quelle che hanno animato la primavera araba. Del resto gli indiani hanno sempre potuto mandare a casa i governo con il voto - nonostante dal 1974 nel paese abbia governato una dinastia familiare. E così faranno probabilmente nelle prossime elezioni del 2014, come dimostrano le più recenti indicazioni di voto pubblicate dall'India Today, favorevoli al principale partito d'opposizione.
Del resto l'attuale protesta potrebbe paralizzare ancora di più la già inefficace attività riformatrice del governo Singh, fiaccato da numerosi scandali. "Il governo non sa veramente cosa fare", ha detto alla Reuters Kuldip Nayar, un analista politico indiano: "Non si rendono conto di quanto sia profondo e diffuso sia il risentimento popolare nei suoi confronti".
Nonostante da tempo ormai il pil indiano cresca ogni anno di una percentuale a due cifre, la povertà nel paese - la terza potenza economica dell'Asia - è ancora drammaticamente diffusa: un indiano su cinque che soffre la fame e la metà della popolazione di 1,2 miliardi di persone è sotto la soglia di povertà. Questa situazione, unita alla sofferenza della classe media emergente, che non ha ancora trovato uno spazio adeguato nella "nuova" India, crea una miscela molto pericolosa per il governo.


Liberazione 18/08/2011, pag 5

Cosa succede se scende in campo la destra religiosa?

Usa Un network di associazioni e media radicali

Guido Caldiron
Fino ad oggi la loro icona è stata Michele Bachmann, combattiva deputata del Minnesota che ha integrato le truppe del Tea Party e portato le istanze anti-evoluzioniste, anti-aborto, anti-gay e anche un tantino razziste della destra religiosa a Washington. Ha già superato Sarah Palin quanto a popolarità tra gli elettori repubblicani più conservatori e ora dovrà vedersela con ogni probabilità con il governatore texano Rick Perry, che proprio oggi annuncia in South Carolina la sua "discesa in campo" per le primarie del Grand Old Party, come gli americani chiamano il Partito repubblicano. Mentre gli analisti osservano una ricomposizione delle famiglie politiche dell'ultradestra americana, che hanno subito negli ultimi due anni gli effetti del vero e proprio ciclone rappresentato dal Partito del tè, che starebbe portando a una nuova alleanza tra i settori più vicini al mondo degli affari, e contrari a ogni nuova forma di tassazione, e i "conservatori sociali" legati proprio ai fondamentalisti cristiani, la grande incognita delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere rappresentata dal risveglio della destra religiosa.
Dopo aver sostenuto, ma con scarso entusiasmo, nel 2008 Palin, nel ticket con McCain, contro Obama, i fondamentalisti cominciano a credere alla possibilità di esprimere un proprio candidato/a per la Casa Bianca. E se si pensa che dall'alleanza tra il vecchio blocco conservatore e questa destra sociale e religiosa diffusa, i repubblicani seppero trarre risorse, finanziamenti, e numeri, i voti di milioni di cristiani evangelici specie negli Stati del Sud, per vincere per due mandanti con Reagan e poi per fare altrettanto con Bush Jr., c'è di che preoccuparsi.
Da, quando, nel 1976, un sondaggio Gallup indicò che un adulto americano su tre aveva vissuto una conversione religiosa (il fenomeno dei cosiddetti "born again"), mentre metà degli intervistati disse di ritenere che "la Bibbia fosse infallibile", i fondamentalisti capirono che era giunto il loro momento. Come disse in occasione delle elezioni del 1980 uno dei loro leader, il telepredicatore Pat Robertson: «Abbiamo abbastanza voti per governare questo paese». All'epoca il revival del conservatorismo religioso si esprimeva particolarmente attraverso il successo dei suoi media. Proprio la stagione dei telepredicatori e delle radio religiose - più di 1300 stazioni radiotelevisive di ispirazione cristiana evangelica, con un pubblico superiore ai 130 milioni di ascoltatori e profitti superiori a 500 milioni di dollari - avrebbe portato alla nascita nel 1979 della cosidetta Moral Majority, guidata dal pastore Jerry Falwell, scomparso nel 2007, e poi, nel 1988 della Christian Coalition di Pat Robertson, un altro religioso prestato alla politica e in lizza per la candidatura repubblicana alle presidenziali nel 1988.
Oggi ad indirizzarsi ai 70 milioni di evangelici statunitensi, circa il 25% della popolazione, sono soprattutto le associazioni che si battono per la "difesa" della famiglia tradizionale e contro aborto e diritti dei gay. La sola organizzazione Focus on the Family, simbolo di molti altri gruppi conservatori attivi nel paese, guidata da Colorado Springs da James Dobson, uno psicologo infantile che ha venduto 3 milioni di copie del suo saggio Il coraggio di disciplinare, sulla necessità di un ritorno dell'autorità dei genitori, raggiunge con le proprie trasmissioni radio un pubblico di 22 milioni di persone e fattura 130 milioni di dollari l'anno. Nel solo 2005 il mercato dei libri religiosi ha superato i 2 miliardi di dollari e quello della musica cristiana i 700 milioni di dollari. Del resto la serie di dodici volumi di thriller cristiani intitolata Left Behind (Gli esclusi) - che raccontano la violenza e la distruzione che accompagnerà l'avvento dell'Apocalisse - scritta da un pastore battista del Sud, Timothy LaHaye, e Jerry B. Jenkins, sono tra i libri più venduti in America, con più di 62 milioni di copie.
Tutto ciò, senza contare il boom del "rock cristiano". BattleCry (Grido di battaglia), un movimento di giovani fondamentalisti che ha raccolto nel 2006 ben 25mila persone ai concerti di San Francisco, Philadelphia e Detroit, esorta i giovani cristiani a sconfiggere le forze laiche che li circondano. L'hit della rock band Delirious, che ha partecipato al raduno di Philadelphia, spiega: «Siamo l'esercito di Dio e siamo pronti a morire (…) Tingiamo di rosso questa vecchia metropoli».


Liberazione 14/08/2011, pag 7

Si candida l’ultraconservatore Perry l’uomo che prega Dio per la pioggia

Presidenziali Usa 2012 ieri l’annuncio del governatore del Texas


Simonetta Cossu
Manca più di un anno alle prossime presidenziali, ma le danze sono già iniziate. Un ballo quello per arrivare alla Casa Bianca che si preannuncia molto costoso visto l'anticipo con cui si inzia. L'attuale inquilino di Pennsylvania Avenue nonostante l'agosto nero a causa del budget e dell'economia per ora viaggia a ritmi bassi. Barack Obama ha fatto due brevi apparizioni a New York a due eventi per raccogliere fondi: prima ad un ricevimento per pochi intimi all'albergo Ritz-Carlton, poi nell'elegante townhouse del produttore cinematografico Harvey Weinstein, nel West Village. I biglietti per i due eventi costavano ciascuno 35.800 dollari, il massimo consentito dalle leggi americane per un contributo elettorale. Della somma, 5.000 dollari vanno nelle casse della campagna presidenziale 2012 di Obama e i restanti 30.800 nei forzieri del partito Democratico. Secondo le stime, grazie ai due eventi, il presidente ha raccolto oltre 2 milioni di dollari da utilizzare per la sua rielezione.
Ma l'attenzione politica è tutta concentrata sui repubblicani. Agli otto che già si sono presentati ieri si è aggiunto il governatore del Texas Rick Perry che si annuncia sicuramente il candidato che insidia la nomination repubblicana alle due star del momento, Mitt Romney l'ex-governatore del Massachusetts e la stella nascente del Tea party Michele Bachmann, la "figlia preferita" dell'Iowa.
Richard "Rick" Perry governa il Texas dal 2001 (posto lasciato vacante da George W. Bush per diventare presidente) ed il beniamino degli ultra conservatori come Rush Limabugh e William Kristol che lo hanno invitato a scendere in campo. Perry sposa tutte le cause estremiste dei repubblicani: decisamente antiabortista, favorevole alla pena di morte (come governatore ha assistito a 230 esecuzioni), pro armi (è praticamente impossibile l'esistenza di un politico texano che non si faccia fotografare con un fucile in mano). Ma soprattuto punta al voto dei fondamentalisti cristiani. In Texas ha istituito la "giornata della preghiera" e recentemente ne ha programmate ben tre di seguito per chiedere a Dio di portare pioggia e porre fine alla siccità. La cosa non ha funzionata ma si è salvato in corner dichiarando che Gesù non offre politica ma salvezza, e che Dio è abbastanza saggio da non iscriversi a nessun partito. Ma resta la sua luce: «Come nazione, abbiamo dimenticato chi ci ha fatto, chi ci protegge, e chi ci benedice ». Dio insomma ha fatto l'America. Le altre nazioni deve averle subappaltate a qualcun altro.
Perry ha però qualche problema. La destra cristiana pur apprezzando non è convinta appieno. Ad esempio Perry ha più volte inneggiato alla secessione del Texas, cosa possibile visto che nella costituzione dello Stato è prevista se gli altri 51 stati americani danno il loro consenso. Pochi giorni fa lo ha riproposto dichiarando che se «Se Washington continua a ficcare il naso nella vita del popolo americano, si sa, che qualcosa potrebbe accadere». Il fatto che questo suo pensiero possa far intendere il suo poco interesse per la restante parte della popolazione che non vive in Texas per ora non lo ha sfiorato.
Inoltre il movimento nascente del Tea Party non si fida. Troppi gli scheletri nel suo armadio. Dalla giravolta politica, Perry è sceso in politica come democratico, alla sua amicizia con Rudy Giuliani. C'è chi ha anche ipotizzato che se Perry arrivasse alla nomination Giuliani potrebbe essere il suo vice e per gli ultraconservatori la cosa non aggrada molto visto il sostegno che l'ex sindaco di New York da al matrimonio gay e le sue confessioni di aver convissuto con omossessuali e che si diverte a vestirsi da donna ai party di beneficenza.
L'annucio della sua scesa in campo è arrivata ieri in Soutn Carolina, Subito dopo è partito per il New Hampshire, stato del nordest che sarà il secondo a tenere le primarie repubblicane nel 2012. E il giorno dopo sarà in Iowa, il primo stato che vota, a un evento dove apparirà anche la favorita del Tea Party, Michele Bachmann.
James Richard "Rick" Perry è un texano doc, classe 1950, amante dei cappelloni Stetson, delle fibbie giganti alla cintura e degli stivali da cowboy portati anche con giacca e cravatta, come il suo predecessore alla guida del Texas George W. Bush. Laureato in agraria, è stato ufficiale dell'aeronautica (pilotava i quadrimotori da trasporto C-130 Hercules) prima di lavorare nell'azienda cotoniera di famiglia. E' sposato con due figli.
Dulcis in fundu è favorevole all'insegnamento nelle scuole della teoria creazionista, secondo la quale l'evoluzione darwiniana non è vera e la creazione del mondo è avvenuta letteralmente come spiega la Genesi nella Bibbia. Verrebbe da dire Dio salvi l'America!


Liberazione 14/08/2011, pag 7

«Questa manovra barbara produrrà solo recessione»

Luciano Gallino Sociologo, autore di “Finanzcapitalismo”

Paolo Persichetti
Colpire al cuore lo Statuto dei lavoratori. Questo progetto ultradecennale perseguito con una ferocia ideologica senza pari è forse giunto al suo traguardo. I ripetuti tentativi, sempre falliti o respinti in passato, hanno trovato nel grande golpe della finanza in corso il mezzo per assestare la mossa finale. La misura, richiesta nella lettera della Bce scritta da Mario Draghi, come lo stesso Giulio Tremonti ha lasciato intendere, è stata introdotta nella manovra aggiuntiva del governo in una maniera del tutto subdola e artificiosa. Abbiamo chiesto al sociologo Luciano Gallino, che in un suo lungimirante saggio uscito lo scorso marzo per Einaudi, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, ha descritto l'attuale crisi finanziaria, un giudizio sulle scelte del governo.

Quando parliamo dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (divieto di licenziare senza giusta causa) ci riferiamo ad una norma di legge che sancisce un diritto soggettivo del cittadino lavoratore. Possono le parti sociali espropriare questo diritto della persona derogando la legge con un accordo aziendale? Non si tratta di una elementare violazione della gerarchia delle fonti del diritto? Prim'ancora che incostituzionale sembra l'ennesima alchimia antigiuridica. Una furberia architettata da un malandrino.
Non sono un giurista e lascio a loro una valutazione tecnica sulla questione. Ma come ho detto in una precedente intervista, rimuovere la persona come titolare dei diritti, mettendo invece al centro la prestazione o il contratto, è un aberrazione giuridica, il segno di una forte regressione in direzione di una smodata rimercificazione del lavoro. Sono le persone che hanno titolo, per usare un termine di Amartya Sen, per ottenere reddito o veder difesa la loro dignità.

Cosa accadrà con lo smantellamento dei contratti nazionali e la possibilità di derogare le norme di legge che tutelano i diritti dei lavoratori?
Intanto bisogna vedere come va a finire, manca ancora il voto finale del parlamento. In ogni caso l'idea che il centro della contrattazione debba essere l'azienda significa veramente non rendersi conto di come è organizzata oggi la produzione nel mondo. Si sarebbe dovuto parlare di contrattazione di filiera, di contrattazione estesa alle cosiddette catene di produzione del valore, perché ciò che fa ogni singola azienda dipende da ciò che fanno le aziende a monte e quelle a valle. Praticamente nessuno produce più nulla per intero. Tutto il prodotto, anche il più piccolo elettrodomestico, qualunque tipo di servizio per non parlare dei manufatti più grandi, è composto da centinaia di produttori situati in decine di Paesi diversi. L'idea che si possa contrattare la produttività in una sola azienda significa non aver capito nulla di come da decenni la produzione è organizzata nel pianeta. E poi mi preoccupano due cose.

Quali?
La scelta del governo è regressiva dal punto di vista sociale, civile e giuridico. I governi di destra ci hanno abituato a interventi del genere ma qui si è andati molto oltre. ma c'è ancora di più, questi interventi sono recessivi anche dal punto di vista economico, sono un limite allo sviluppo, alla cosiddetta ripresa. Queste misure non fanno altro che porre le premesse per una recessione che non sarà inferiore a 5-10 anni. Per un Paese che ha già una media di sviluppo dello 0,5% si tratta di un intervento molto ottuso. La fermentazione delle contrattazioni, la disarticolazione dei contratti fa si che a soffrire sarà la stessa produttività, l'organizzazione aziendale, la formazione dei lavoratori. Sono tutte premesse per un peggioramento e un prolungamento della recessione. il ministro Sacconi interpreta gli aspetti più deteriori dell'ideologia neoliberale.


Liberazione 14/08/2011, pag 4

Manovra, il glossario della macelleria sociale

Le misure del decreto
Una manovra bis da 45,5 miliardi di euro in due anni che si va aggiungere agli oltre 47 miliardi di quella approvata meno di un mese fa. Tanti tagli ma anche qualche tassa nuova. Spunta anche una 'Robin Hood Tax' per il settore dell'energia e si profila un rincaro delle sigarette.

Mercato del lavoro
Intervento a gamba tesa del ministro Maurizio Sacconi che ha esteso il campo di applicazione della deroga al contratto nazionale attraverso il contratto aziendale allo Statuto dei lavoratori per quella parte che riguarda il licenziamento per giusta causa. Inoltre i contratti aziendali potranno regolare l'organizzazione del lavoro sempre in regime di deroga. Sacconi ha anche pensato di fare un regalino alla Fiat estendendo l'erga omnes, ovvero la validità per tutti i lavoratori, agli accordi di Pomigliano e Mirafiori. In pratica, ha introdotto la famosa "retroattività" dell'accordo del 28 giugno di cui la Fiat non poteva godere per evidenti limiti temporale.

Rendite finanziarie
La tassazione delle rendite finanziarie viene aumentata al 20 per cento. Sono esclusi gli interessi dei titoli di Stato o equiparati che restano al 12,5% per cento. In pratica, scende dal 27% al 20% la tassazione sui depositi bancari e postali, e sale dal 12,5% al 20% la tassazione per tutti gli altri strumenti finanziari, titoli di Stato esclusi. In totale, questa misura dovrebbe consentire il recupero di un miliardo di euro. Il ministro Tremonti ha specificato che ci saranno anche interventi sui giochi

Liberalizzazioni
Le liberalizzazioni spaziano a 360 gradi: si va da quelle relative ai professionisti a quelle in materia di segnalazione certificata di inizio attività, denuncia e dichiarazione di inizio attività. Sul fronte delle professioni, in particolare, il decreto abolisce l'esame di Stato per i commercialisti e dà agli avvocati la possibilità di una carriera alternativa senza l'esame. In più, si apre alla pubblicità anche comparativa, alle società di capitali anche se a maggioranza esterna, e alla possibilità di coniugare attività di impresa e commerciale con quella di studio. Le liberalizzazioni riguardano anche i servizi pubblici.

Privatizzazioni
Si parla di privatizzazione dei servizi pubblici locali, come gestione dei rifiuti e trasporto pubblico locale. Resta invece fuori dal campo delle privatizzazioni la gestione dell'acqua. La privatizzazione deve avvenire attraverso una gara d'appalto, e solo dopo che l'ente ha verificato se un servizio pubblico sia pienamente liberalizzabile, se ci siano, cioè, imprese private disposte a realizzarlo senza contributi pubblici, garantendo le caratteristiche di universalità e accessibilità del servizio.

Lotta all'evasione
Nuove misure restrittive, come la soglia del trasferimento del contante che passa da 5mila a 2.500 euro. In più, vengono rafforzate le sanzioni (fino ad arrivare alla chiusura dell'attività) per le attività commerciali che non emettono lo scontrino fiscale e per i professionisti che non emettono la fattura.

Comuni accorpati e province abolite
Dalle prossime elezioni è prevista la soppressione delle Province sotto i 300mila abitanti. Si tratta di 36 province (ma il calcolo è ancora approssimativo e sarà definito con i risultati del censimento). In più la nuova manovra prevede la fusione dei Comuni sotto i mille abitanti, con sindaco anche assessore, e la riduzione dei componenti dei Consigli regionali. Si tratta di circa 1.500 piccoli Comuni. Sempre in tema di enti territoriali, il decreto riduce di 6 miliardi di trasferimenti nel 2012 e di 3,5 nel 2013. Per le regioni il peso della riduzione dei fondi è pari a 1 miliardo di euro.

Ministeri
Il taglio di 6 miliardi ai ministeri va dalla banda larga per quanto riguarda il ministero dello Sviluppo economico, alla prevenzione di rischi di dissesto idrogeologico (Ambiente). Queste voci sono inanziati attraverso i fondi Fas.

Festività
Vengono spostate alla domenica le festività non religiose (non concordatarie) che cadono in un giorno infrasettimanale. Le festività spostate sono: il 25 aprile (festa della Liberazione), il 2 giugno (festa della Repubblica) e il 1° maggio (festa dei lavoratori).

Pensioni
Il pacchetto previdenza esce più soft rispetto alla bozza. Nel testo solo l'anticipo al 2016 (rispetto al 2020) del graduale aumento del requisito di età per il pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici del settore privato. Si partirà con un incremento di un mese il primo anno, due mesi il secondo anno (2018) e via via con gradini di sei mesi negli ultimi anni della transizione che si conclude nel 2027. Al requisito di età si aggiungerà la finestra unica di un anno, che marcherà un altro ritardo, e i mesi di posticipo legati all'aspettativa di vita.

Pubblico impiego
Congelamento delle tredicesime mensilità dei dipendenti. Il Tfr verrà liquidato entro 24 mesi. Infine, il taglio al personale: dovrà essere assicurata una riduzione del 10% del numero dei dirigenti di seconda fascia e del 10% dei dipendenti delle amministrazioni centrali entro il marzo del 2012

Costi della politica
Tagliate 54mila poltrone. Secondo i numeri forniti dal ministro Calderoli, nella dieta della politica perderanno la poltrona 445 tra deputati e senatori. Le indennità dovranno essere collegate al tasso di presenza ai lavori parlamentari. Aboliti i doppi incarichi, di parlamentare e sindaco o assessore e rafforzate le incompatibilità.

Contributo di solidarietà
Il prelievo è previsto per chi guadagna sopra i 90mila euro. L'aliquota del 5% si applicherà solo alla quota eccedente i 90mila euro. L'aliquota sale al 10% per quella sopra i 150mila euro. Il prelievo si applicherà solo per due anni. È saltata l'ipotesi di un contributo di solidarietà a due vie per autonomi e lavoratori dipendenti: l'aliquota e le fasce sono uguali per entrambe le categorie.


Liberazione 14/08/2011, pag 2

Stop al governo unico delle banche

Dobbiamo fermarli

Giorgio Cremaschi
Stupidi banchieri. Dopo aver chiesto con lettera firmata Draghi e Trichet al governo italiano di cancellare sessant'anni di conquiste sociali e di libertà per rendere solidi i crediti delle banche, ora fanno dire ai loro portavoce sparsi per tutti i giornali e i partiti che forse non basta e che manca la crescita.
Ma di quale crescita si parla, di quale sviluppo dopo una botta di novanta miliardi di euro sottratti alle tasche dei cittadini, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati. Ma quale sicurezza per il futuro può dare la cancellazione del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori, affidati a tutti i piccoli e grandi Marchionne che vorranno incrudelire sul lavoro. Ma quale ripresa se le donne verranno licenziate a 45 anni perché troppo vecchie, per lavorare, ma dovranno aspettare i 65 per andare in pensione. Ma quale futuro ci dà la negazione del pronunciamento dei referendum con la messa all'asta di tutti i servizi pubblici, di tutti i beni comuni. Si tagliano i salari e i diritti, si cancellano per sempre libertà fondamentali, garantite dalla nostra Costituzione. Che non a caso si vuol stravolgere con la folle aggiunta dell'obbligo di pareggio di bilancio e con la vergognosa cancellazione del primo maggio, del 25 aprile, del 2 giugno. Ma di quale crescita, di quale sviluppo si parla se si affossa la democrazia costituzionale? Siamo davvero ad un meccanismo impazzito che divora sé stesso nella speranza di sopravvivere. Di questa devastazione sociale non è responsabile solo Berlusconi. Certo, dobbiamo anche pagare il prezzo delle sue escort e dei suoi festini, dell'impresentabilità del suo governo. Ma paradossalmente la debolezza e lo stato confusionale del governo della destra sono serviti a renderlo ancora più acquiescente a chi comanda davvero, a quel governo unico delle banche che oggi impone le sue decisioni, le sue ricette di destra estrema, a tutta l'Europa.
Questo massacro è anche frutto dei balbettii ridicoli di un'opposizione che sinora ha saputo solo rimproverare a Berlusconi di non essere al passo e al tempo dei mercati. Questo massacro è frutto anche della scomparsa della funzione storica del sindacalismo confederale, che in questa crisi ha scelto come portavoce la presidente della Confindustria. E infine questo massacro è frutto anche della decadenza culturale e morale di un élite intellettuale e mediatica che si è trasformata in una ridicola trombetta della globalizzazione, proprio quando la globalizzazione è andata in crisi.
Ora dobbiamo reagire, ma non possiamo permetterci sconti o ingenuità. L'obiettivo non può essere il meno peggio del peggio, ma un rovesciamento della manovra, delle idee e dei poteri che la ispirano.
Bisogna travolgere il governo di Berlusconi, il cui cuore gronda del nostro sangue. Ma bisogna anche combattere il governo unico europeo.
Bisogna fermare la spirale del debito cancellando le spese militari, combattendo davvero l'evasione fiscale che è prima di tutto dei grandi capitali, nazionalizzando le banche, fermando con un muro di tasse la speculazione finanziaria. Bisogna dire basta al patto di stabilità europeo che distrugge la più grande conquista del continente, lo stato sociale. Bisogna riconquistare diritti e libertà per il lavoro, ridurre l'orario e aumentare i salari, costruire un futuro produttivo fondato sulla conoscenza e sui beni comuni. Insomma ci vuole un'alternativa complessiva alla follia liberista del taglio continuo. E' un obiettivo troppo ambizioso? Non credo, perché l'alternativa sarebbe rassegnarci a riservare per nostri figli una società peggiore di quella di cent'anni fa. L'Inghilterra insegna.
Certo questa svolta non si realizza con le attuali classi dirigenti politiche e sindacali, esse sono totalmente subalterne al potere finanziario che ci schiaccia. Per questo un'alternativa economica e un nuovo modello di sviluppo richiedono anche una radicale svolta nella democrazia. Chi governa deve tornare a temere di più il giudizio del proprio popolo rispetto a quello di Standard e Poor's. Oggi non è così. Per questo è necessaria una vera e propria rivoluzione democratica.
Andiamo allo sciopero generale, ma consideriamolo solo l'avvio di un movimento per ridare ai lavoratori un sindacato che ne rappresenti gli interessi rifiutando patti sociali e coesione nazionale. Mobilitiamoci nelle piazze, ma proviamo finalmente a costruire un'alternativa politica a questo sistema istituzionale totalmente subalterno al regime dei padroni. In Italia oggi ci sono tre poli che al momento buono, quando sono in gioco i valori sacri della globalizzazione del mercato, dicono e fanno le stesse cose. Per questo è giunto il momento di costruire un quarto polo anticapitalista, alternativo a tutti gli altri, che dia voce e forza a quei milioni di persone che non ne possono più e che vogliono provare con la lotta a cambiare le cose. Dobbiamo fermarli.


Liberazione 14/08/2011, pag 1 e 4