mercoledì 7 settembre 2011

A Milano è tutto uno “schierarsi”. Nutrire l’Expo o staccare la spina

Daniele Nalbone
Tre quesiti sul sito di Repubblica. Insistere? Rivedere? Rinunciare? Il dibattito intorno all'Expo 2015 di Milano sembra limitato a questo sondaggio. Andare avanti comunque, rivedere il progetto «nel senso della sobrietà e del risparmio», oppure prendere atto della «congiuntura internazionale» e delle politiche economiche del governo. E allora, a Milano e dintorni, è tutto uno schierarsi. Da una parte il sindaco Pisapia che un giorno avverte che con i circa cento milioni di euro di tagli che il Comune subirà con la manovra finanziaria «c'è il rischio reale di non avere i fondi per onorare la nostra quota di partecipazione» al Grande Evento, salvo poi ribadire che Expo si farà e che il Comune entrerà nella partita «con una quota paritaria» rispetto alla Regione Lombardia.
Il fatto - politico - sembra quindi essere il seguente. Da una parte la Regione guidata da Roberto Formigoni - e quindi da Comunione e Liberazione - che vede in Expo "La Partita". Dall'altra chi si è trovato con un'Expo da onorare secondo i megaprogetti presentati al Bureau di Parigi salvo scoprire le casse dissanguate e dover affrontare un Tremonti che sembra non avere alcuna intenzione, in tempo di crisi, di perdere tempo e soprattutto denaro con un Grande Evento da un miliardo e 700 milioni di euro.
Facciamo due conti: per mantenere gli impegni presi dall'ex sindaco Letizia Moratti, il Comune di Milano avrebbe già dovuto versare nella società Arexpo qualcosa come 38 milioni di euro. Che non ha. A questi, poi, se ne dovrebbero aggiungere oltre duecento (da versare in Expo Spa) da oggi al 2015, ai quali si dovrebbero sommare altri duecento milioni provenienti dai soci in Expo Spa: Camera di Commercio (che però per statuto può spendere solo in gestione della società e non in infrastrutture ) e dalla Provincia (in rosso come il Comune). Se a ciò aggiungiamo che il Comune difficilmente potrà contare su una deroga al patto di stabilità, è chiaro come, ad oggi, sembra impossibile riuscire a tirar fuori dalla casse di Palazzo Marino quanto richiede il Grande Evento.
E allora? Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo Spa, predica tranquillità e conferma che gli 833 milioni di euro del Governo arriveranno. Roberto Formigoni non cede di un millimetro: la Regione - in Arexpo - ha già anticipato i soldi di Comune e Provincia per acquistare i terreni. La partita per Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere è troppo importante.
Così, mentre il gruppo degli "Exposcettici" non è più limitato solo ai "no global" del Comitato No Expo e ai soliti "comunisti", ecco che l'obiettivo proveniente dalla politica e dall'economia è quello di "Salvare il soldato Expo". Come? «Aumentino l'Iva» la proposta del filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, ma guai a far saltare Expo perché sarebbe «il fallimento di un paese». E se il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, si dice propenso per una «revisione del progetto», è ovviamente Roberto Formigoni a stoppare qualsiasi ripensamento della maggioranza di Governo: «Expo va considerata una priorità, un'occasione di crescita e non uno spreco». Dello stesso parere un altro ciellino doc, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, per il quale «i soldi ci sono. Niente alibi». Per Comunione e Liberazione, quindi, è tutto in ordine. E allora la questione è tutta lì: insistere, rivedere o rinunciare? Tre quesiti tra cui scegliere, più il solito "non so" come quarta possibilità. Eppure non è da un giorno ma da alcuni anni che qualcuno sta provando, in ordine a Expo, a mettere al centro della discussione qualcos'altro. «Nutrire il pianeta, Energia per la vita». A 1348 giorni dall'inizio (?) di Expo, chi si è accorto che è questo il tema intorno a cui dovrebbe ruotare l'Esposizione del 2015? Era il 5 febbraio 2009 quando Aldo Bonomi, direttore del consorzio di Agenti di sviluppo del territorio (Aaster) e consulente del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel), in una conferenza organizzata presso la liberaria Shake di Milano, si "rese conto" che «Nutrire il pianeta, Energia per la vita» in fondo fosse qualcosa in più di un semplice slogan. «Il tema di Expo 2105 ha fatto suo fino in fondo il concetto di limite, che è quello del cibo, dell'alimentazione, della scarsità di queste risorse». Ecco che Expo 2015 dovrebbe significare «aprire un dibattito sul concetto di limite e di sviluppo, sul concetto di crescita e decrescita, su quello della scarsità». La domanda, quindi, è lapidaria: «perché tutti quanti parlano dell'Expo, ma non del tema che andrà affrontato durante l'Expo?». Milano sta vivendo Expo «solo da un punto di vista, quello della rendita. Per Milano il tema non esiste. Per questa città il problema sta solo nella nuova enorme operazione immobiliare che verrà fatta a fianco della fiera di Rho». Così si parlava trenta mesi fa. Trenta mesi dopo, l'unico problema di Expo 2015 è trovare i soldi necessari per costruire. Crisi o non crisi. Manovra o non manovra.


Liberazione 21/08/2011, pag 2

Giorgio Jackson, lo studente che fa tremare la Moneda

Cile ritratto del giovane leader del movimento universitario


Daniele Zaccaria
Ha un nome che sembra lo pseudonimo di una vecchia rockstar di provincia: Giorgio Jackson. Mezzo italiano, mezzo britannico, ma tempra da cileno al 100%. Questo ragazzo di 24 anni, nato a Las Condes, periferia chic di Santiago, diplomato in uno dei migliori licei privati della capitale e studente modello alla facoltà di ingegneria dell'Università cattolica, sta diventando una fastidiosa spina nel fianco del presidente Sebastián Piñera e del suo governo conservatore, precipitati al minimo storico nelle percentuali dei popolarità (35%, mentre un anno fa dopo il mediatizzato salvataggio dei minatori di San José veleggiava intorno al 70%).
Assieme all'affascinante e combattiva Camilla Vallejo, è infatti il leader più popolare del movimento studentesco che da oltre due mesi sta scuotendo il Cile. E dire che inizialmente era guardato con estremo scetticismo, soprattutto perché proveniva dalla Feuc, un sindacato cattolico conosciuto per il suo moderatismo e la scarsa attitudine alla lotta. Non è il caso di Jackson che fin dal debutto nella militanza politica ha dimostrato di avere idee chiare, un rifiuto epidermico del compromesso politicista e una propensione ai fatti concreti piuttosto che alla fumosa demagogia da comizio studentesco: era una giovanissima matricola quando ha fondatoUn techo para Cile, un'associazione che si occupa dell'emergenza casa a Santiago per le migliaia di senza tetto che vivono nella metropoli sudamericana e da allora si è sempre distinto per le sue grandi capacità organizzative nel mondo del sindacalismo universitario.
Così sono bastati pochi interventi nelle stracolme assemblee di inizio luglio e una magistrale partecipazione a Tolérancia Cero, il più seguito talk-show del Paese, per far cambiare idea ai suoi detrattori. Carismatico, preciso nell'esporre le sue rivendicazioni, pronto a replicare anche alle domande più insidiose, Jackson ha messo in mostra anche uno spiccato senso dello spettacolo: rispondendo a un giornalista che ironizzava sulla tenuta del movimento ha tirato fuori dalle tasche il celebre L'arte della guerra di Sun Tzu, citando la seguente frase: «Un esercito vittorioso vince ancora prima di iniziare a combattere».
E chi ha provato a speculare sulle differenze tra lui e Camilla Vallejo, la quale proviene dalle fila della sinistra radicale non ha avuto buon gioco; i due sono in ottimi rapporti, anzi si definiscono «buoni amici» e non hanno fin qui mai avuto dissensi sul come condurre il corpo a corpo con il governo. Come ha sottolineato Camillo Balestreros della Confederazione studenti cileni (Confech) «il ruolo di Giorgio è fondamentale per noi perché la scesa in campo delle università cattoliche ha dato forza e ampiezza a tutto il movimento».
Più fondi alla scuola pubblica, un accesso meno elitario all'Università e gratuità degli studi per le famiglie più povere, le poche ma semplice parole d'ordine della prima contestazione studentesca di massa dal 1990. Centinaia di migliaia di giovani che inondano le piazze del Paese, reclamano la riforma del sistema scolastico nazionale ereditato dalla giunta militare e gridano: "Y va a caer, y va a caer, la educación de Pinochet". Il legame simbolico con la memoria della dittatura sembra essere il principale collante culturale di una generazione composta da ragazze e ragazzi in gran parte nati dopo la caduta del regime. «Il sistema deve cambiare adesso, non fa uno o due anni, ma adesso perché dobbiamo liberarci delle scorie del passato», tuona Jackson che chiede al governo di indire un referendum per riformare il sistema scolastico cileno e di inserire nella Costituzione il diritto all'istruzione.
Come scrive il quotidiano Que Pasa «sembra improbabile che il governo raccolga la proposta del referendum, ma negli ultimi mesi la vita di Giorgio Jackson ha spesso travalicato la cetegoria dell'improbabile».
Per il resto, nella quotidiana battaglia contro l'odiato Pinera, primo capo di Stato di destra dal 1990, i ragazzi delle scuole e degli atenei mettono in mostra un pragmatismo ammirevole e, come tutti i loro coetanei in ogni paese del mondo dal Cairo a Toronto, si organizzano sfruttando la tecnologia del nostro tempo: blog, socialnetwork, forum telematici. E' anche grazie a questi tam-tam in rete che gli scioperi del 7 agosto e l'ultima mobilitazione di giovedì (oltre 100mila a Santiago) hanno riscosso un successo e una visibilità planetaria. Tanto che dalla stessa Moneda (il palazzo presidenziale), dopo gli arresti e la repressione poliziesca delle scorse settimane, giungono i primi segnali di cauta apertura. Come quello del ministro dell'Educazione Felipe Bulnes che propone di aumentare il budget destinato alle borse di studio, riducendo gli interessi di restituzione dei crediti dal 5 al 2%. Naturalmente gli studenti hanno rispedito al mittente una misura che reputano un misero contentino: «E' l'intero sistema che deve essere riformato», ribadiscono Giorgio Jackson e Camilla Vallejo.
Uno slogan che ritornerà in piazza il prossimo 24 agosto, nuova giornata di scioperi e mobilitazioni in cui accanto agli studenti sfileranno anche i professori dei licei e delle università per provare a dare una spallata a uno degli ultimi rottami ereditati dal regime del colonnello Pinochet.


Liberazione 20/08/2011, pag 7

Signori, è il capitalismo che ha fallito


Paolo Ferrero
Non c'è stato nessun rimbalzo. Ieri le borse non hanno recuperato il tonfo del giorno precedente. Si può fare una lunga disamina delle cause che hanno portato a questo: gli speculatori hanno paura della tobin Tax; visto che i titoli sintetici sono dei mostri ingestibili, che possono nascondere perdite enormi, i più furbi stanno togliendo le mani dalla tagliola e mettendo al sicuro il malloppo: oro e titoli di stato americani; il fatto che le economie sono rientrate in recessione e quindi ci si aspetta un periodo di vacche magre; molti titoli sono sopravvalutati e quindi la bolla speculativa si sta sgonfiando, ecc.
Si può fare un lungo elenco dei motivi del disastro attuale - e i giornali lo fanno con dovizia di particolari - ma il risultato non cambia: dopo tre anni di crisi e 15.000 miliardi di dollari sprecati dagli stati per salvare le banche private, siamo punto e a capo in piena recessione. Non solo, gli stati si sono indebitati per salvare le banche e poi gli stessi finanzieri hanno abbondantemente speculato sui debiti sovrani, fregando altri soldi agli stati (pardon, ai cittadini) come stiamo verificato di persona. Oltre al danno la beffa.
Non solo, come medici ubriachi gli esponenti dei poteri forti che siedono a capo dei governi - in particolare quelli europei - stanno continuando a dare al malato la medicina che l'ha portato in coma: tagli delle spese sociali e pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Così la recessione è assicurata. La Merkel è stata così solerte a chiedere ed ottenere il taglio delle spese e il conseguente massacro sociale nei vari paesi europei che è riuscita nella mirabolante impresa di mandare la Germania in recessione: dove diavolo le vende le merci l'azienda tedesca se in Europa nessuno ha più i soldi per comprare? Il mitico Marchionne, che il Ministro Sacconi vuole trasformare nel patrono d'Italia, dopo aver usato a piene mani la speculazione nel far crescere il titolo di una azienda dedita non alla produzione di automobili ma alla distruzione dei diritti dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro, si ritrova adesso con un pugno di mosche.
Il fatto che nessuno dei nostri governanti vuole ammettere - e con loro nessun manager e nessun commentatore economico o politico - è uno e uno solo: si chiama fallimento del capitalismo. E' il capitalismo neoliberista che ha fallito e il moribondo non è in grado di riprendersi. Non solo: continuando a somministrare la medicina neoliberista, il malato sta sempre peggio, mentre vengono demolite le fondamenta del vivere civile.
Se il problema fosse un fatto privato degli speculatori e dei manager potremmo far finta di nulla. Invece questi delinquenti stanno applicando le loro assurde ricette ideologiche sulla nostra pelle, sulla pelle di milioni e milioni di persone.
E così, i loro esperimenti portano le persone a non avere i servizi sociali, a doversi pagare le cure mediche, a non trovare un lavoro; la società si ripiega su se stessa, nella paura e nell'insicurezza. Per questo diciamo chiaramente che il problema si chiama capitalismo e che occorre cambiare cura: occorrono misure di tipo socialista a partire dalla ripresa della piena sovranità degli stati sulla moneta e sulla finanza.
Il bivio è chiaro dinnanzi a noi: o gli stati sottomettono la moneta ed esercitano democraticamente la propria sovranità sul denaro demolendo i potentati finanziari costruiti in questi anni, oppure la finanza distruggerà le condizioni di vita sul pianeta producendo un pesante regresso della civiltà umana. Questo è il punto. Anche perché i poteri forti stanno portando allo sfacelo la società ma continuano ad avere il potere di farlo. Hanno i soldi per comprasi tutto: dalle università ai mezzi di comunicazione, al complesso degli operatori che concorrono a formare la pubblica opinione. Hanno i soldi per sfidare e piegare gli stati. O gli stati mettono la mordacchia al capitale finanziario o questo demolirà la società, realizzando l'utopia reazionaria della Thatcher che sosteneva per l'appunto che la società, semplicemente «non esiste».
Per questo, va bene parlare di eurobond, di Tobin tax e così via. Rischiano però, oramai, di essere misure largamente insufficienti. Per rimanere alla metafora medica, non basta un'aspirina quando il problema è il cancro. E' necessario fare un salto di qualità, rapido e radicale. Occorre cambiare radicalmente il ruolo della Bce, sottoponendola al potere politico e obbligandola a battere moneta per finanziare la riconversione ambientale e sociale dell'economia e la piena occupazione. Occorre nazionalizzare le grandi banche e decidere democraticamente la gestione degli investimenti. Occorre rovesciare il trattamento fiscale del lavoro e della finanza: poche tasse sul lavoro e moltissime sulla finanza e sulle grandi ricchezze, a partire dalla patrimoniale.
Le nostre proposte concrete e praticabili, a partire dalla patrimoniale, che dobbiamo fare per rendere tangibile e non fumosa la nostra proposta, debbono quindi avere questo respiro e questa portata: il capitalismo neoliberista è fallito, si tratta di impedirgli di continuare a fare danni e indicare con chiarezza la prospettiva verso cui muoversi: il socialismo del XXI secolo.


Liberazione 20/08/2011, pag 1 e 2

Un altro "passo avanti" verso un'Europa classista


Bruno Steri
Con la conferenza stampa di Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, l'Unione Europea si è autorevolmente presentata attraverso la voce dei suoi due Stati guida. Dal punto di vista delle gerarchie politiche di fatto operanti, non si tratta certo di una novità; ma non vi è dubbio che l'evento (trasmesso in diretta sui canali televisivi del continente) abbia avuto, al di là dei contenuti espressi, un significativo impatto simbolico: in primo piano non la Commissione, non il Consiglio, ma i leader di Germania e Francia. Si è parlato di "passo in avanti" sulla strada del consolidamento di questa Europa. Sta di fatto che un tale passo emana dalle direttive concordate dai vertici politici di due Paesi: a tutti gli altri non resta che prendere o lasciare.
In proposito, si pongono immediatamente due questioni. La prima, procedurale: qual è la fonte della legittimità democratica di tale supposto "passo in avanti"? La seconda, di merito: ma è davvero "passo in avanti"? Alla prima domanda c'è chi ha provato a rispondere dislocando la risposta sul piano rarefatto della Storia (vedi Fabrizio Galimberti su il Sole 24 ore di ieri). Perché la faccenda non abbia lo sgradevole sapore dell'imposizione, bisognerebbe considerare il contesto eccezionale in cui ha preso piede. L'Ue è infatti un "laboratorio" che ha dovuto e ancora continua a dover fare i conti con il sussistere di diverse aree di sovranità, un "esperimento unico nella Storia" (una sola moneta per diversi Stati e diverse politiche di bilancio) che gradualmente - come il travaglio di un parto - dovrà condurre a una nuova e comune governance.
Nel nome di tale obiettivo, si tratterebbe dunque di far temporaneamente buon viso a cattiva sorte. Purtroppo una tale descrizione vola talmente in alto da perdere i connotati concreti di quel che sta avvenendo. E quel che sta avvenendo è l'estremo contraccolpo di un progetto europeo che, sin dall'inizio, è viziato sotto il profilo delle garanzie democratiche (tant'è che proprio lo Stato più forte, la Germania, pone oggi esplicitamente il problema di un suo "controllo" diretto delle decisioni da assumere in sede continentale) e, sin dall'inizio, non è affatto neutro sul piano sociale.
Qual è il merito delle proposte avanzate? I più ottimisti hanno sottolineato l'impegno a superare le attuali lentezze e frammentazioni procedurali attraverso il varo di un "governo economico" comune: un establishment costituito dai capi di Stato e di governo con una presidenza stabile, da riunirsi due volte l'anno con compiti di vigilanza e coordinamento interstatuale.
Così come è stata salutata positivamente (ma non da tutti gli ambienti politici continentali e non da parte dei mercati) la proposta di una tassazione delle transazioni finanziarie (su quest'ultima, posto che siano superate le resistenze politiche, ricordiamo di passaggio che tutto dipenderà dalla consistenza della tassazione: se non si trattasse semplicemente di far cassa ma di porre realmente un freno ai flussi speculativi, occorrerebbe che la tassazione andasse ben oltre il ventilato 0,05% sugli scambi effettuati).
Tuttavia, il cuore del pacchetto di proposte è altrove ed è in linea con il carattere regressivo, ferocemente classista, di questa Unione: del resto, non è un caso che i promotori appartengano ai ranghi della destra europea e che essi non abbiano perso l'occasione per giudicare con favore la manovra "lacrime e sangue" di un governo di destra come quello italiano. Il dogma ideologico del pareggio di bilancio è il sigillo imposto alla mediazione franco-tedesca, tradotto in "regola aurea" da inserire nelle Costituzioni dei 17 Paesi della zona euro.
La strada è dunque tracciata: ciò significa che, in punta di principio, il "rigore" delle politiche economiche deve coincidere con il contenimento dei costi e il taglio del welfare. Questo è l'input che arriva dall'Europa. E cala il sipario sulla prospettiva di un'Europa promotrice di politiche espansive, di piani di sviluppo all'insegna dell'equità sociale, dell'innovazione produttiva, della tutela ambientale.
Il dominus tedesco ottiene di rinviare alle calende greche ogni decisione sulla ragionevole ipotesi di emettere euro-obbligazioni (i cosiddetti eurobond) in grado di coprire, con la garanzia dei Paesi più solidi e quindi a tassi di interesse accettabili, l'esposizione debitoria dell'Eurozona. Tutto al contrario, si propone che ai Paesi che non rispettino il piano di riequilibrio del deficit pubblico sia negato l'accesso ai Fondi di coesione e ai Fondi strutturali, a quelle risorse attivate precisamente per sostenere le regioni europee in difficoltà. Come dire: chi ha già l'acqua alla gola sia spinto definitivamente sott'acqua.
Un concetto significativo è comparso nel ragionamento della signora Merkel: rendere permanente quel che è stato sin qui rapsodico e dettato dall'emergenza. Disgraziatamente, tale formulazione era riferita a misure quali quelle messe in mostra dalla manovra italiana. Che è tutto dire.


Liberazione 19/08/2011, pag 1 e 2

Privilegi del Vaticano Così lo Stato perde circa tre miliardi

Sacrifici ma non per tutti Nella manovra non un centesimo viene chiesto alla Chiesa


C'è una casta che, nel nostro paese, è davvero intoccabile: quella di Oltretevere. Non c'è giorno in cui i privilegi dei politici (e ora pure quella dei calciatori) non vengano messi alla berlina, stigmatizzati, portati ad esempio negativo. Silenzio tombale, invece, sui privilegi economici e fiscali di cui gode, non si capisce bene a che titolo, la Chiesa. Mentre si chiedono sacrifici da lacrime e sangue a cittadini e imprese, non un centesimo viene chiesto al Vaticano: di tutte le misure ideate dal ministro Tremonti, non ce ne è una che tocchi, ma che dico, sfiori, le ricchezze della Santa Sede.
La quale, in questi giorni di tregenda - in cui crollano le borse, nazioni potenti come gli Usa rischiano il fallimento e la nuova crisi economica fa impallidire quella del '29 - si fa superare a sinistra (si fa per dire, ovviamente) da milionari tipo Warren Buffett e Luca Cordero di Montezemolo, i quali almeno si sono fatti venire lo scrupolo di dire: «Vogliamo pagare più tasse». Dal Vaticano, al contrario, silenzio. Decisamente la messa è finita.
Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani, si è preso la briga in questi giorni di fare due conti (ancorché approssimativi, visto che il patrimonio del Vaticano da ottant'anni sfugge ad ogni censimento). Ne esce che eliminando privilegi che non hanno ragion d'essere (e che sono sotto il riflettore dell'Unione europea alla voce "illeciti aiuti di stato" e "concorrenza sleale") si potrebbero recuperare tre miliardi di euro, forse addirittura quattro. All'anno.
La prima sforbiciata dovrebbe riguardare lo scandalo dell'esenzione dall'Ici: come noto, le strutture non destinate al culto in cui si esercitano attività commerciali e a fini di lucro (cliniche private, scuole, negozi, ecc) non pagano l'imposta comunale sugli immobili. Ebbene, è stato calcolato che da lì potrebbero arrivare nelle casse dello stato ben due miliardi di euro, più di quanto si preve di ricavare dalla cosiddetta tassa di solidarietà. Con l'otto per mille la Chiesa incassa un altro miliardo, con il quale per un terzo (così pare) paga lo stipendio dei sacerdoti e con il resto ci costruisce nuove chiese, sostiene le diocesi, evangelizza i popoli del terzo mondo, finanzia le iniziative della Cei ecc. A voler essere buoni e trasformando il prelievo in un 5 per mille (come per le associazioni non profit), lo stato risparmierebbe altri 400-500 milioni.
E non è finita. Perché le attività della Chiesa cattolica godono di una serie di sgravi e agevolazioni fiscali su Ires (meno 50 per cento), Irap, Iva, cui vanno aggiunti aiuti "indiretti" come le convenzioni sanitarie e lo stipendio agli insegnanti di religione. Sforbiciando qua e là e magari eliminando i contributi per le scuole cattoliche che allo stato costano circa 240 milioni (mentre si tagliano fondi alla scuola pubblica), si potrebbero recuperare altri 500 milioni. Totale: tre miliardi. E alla Chiesa resterebbero comunque tutti i profitti derivanti da un immenso patrimonio immobiliare e da attività commerciali redditizie come il turismo religioso, sui quali pagare le tasse come chiunque altro.
Eresia? Chiedetelo agli indignados spagnoli, che in questi giorni protestano per l'arrivo del papa a Madrid in occasione della giornata mondiale della gioventù. Come risaputo, la Spagna non naviga in buone acque e anche al governo Zapatero sono state imposte scelte economiche draconiane. Non è piaciuto, perciò, che l'indebitatissimo stato spagnolo si sia dovuto accollare 25 milioni di euro (ma c'è chi parla di 50) per contribuire all'iniziativa: «Zero delle mie imposte al papa», scandiscono gli indignados spagnoli. E noi?
Ro.Ve.


Liberazione 19/08/2011, pag 4

Usa-Cina, il vice di Obama in visita: «Su Tibet e Taiwan appoggio Pechino»

Gli Stati Uniti appoggiano fermamente la politica di «una sola Cina» di Pechino e non sosterranno la «indipendenza di Taiwan», riconoscendo al tempo stesso che il Tibet è una «inalienabile parte della Cina». Lo ha affermato, secondo quanto scrive l'agenzia ufficiale Nuova Cina, il vicepresidente americano, Joe Biden, che a Pechino ha incontrato il suo omologo cinese, Xi Jinping. Il vicepresidente è giunto in Cina - per una visita di cinque giorni - per rassicurare il gigante asiatico sul downgrade di Washington e sulla possibilità degli Stati Uniti di rimborsare il debito, su cui Pechino chiede ferme garanzie., essendo il primo creditore straniero degli Usa.


Liberazione 19/08/2011, pag 3

Un nuovo Ghandi per liberare l'India dai politici corrotti

Anna Hazare ancora in carcere, cortei in tutto il paese per sostenerlo

Matteo Alviti
Nelle foto che lo ritraggono Anna Hazare ha il viso sereno e fermo che ci si aspetterebbe da un gandhiano doc. Da martedì questo "predicatore" indiano di 74 anni, che negli ultimi mesi nel suo paese è diventato popolare come un divo di Bollywood, è in prigione.
Lo ha arrestato la polizia, insieme ad altri 1200 suoi sostenitori, su ordine del governo del premier Manmohan Singh nel JP Park della capitale indiana. Ieri per la sua liberazione decine di migliaia di persone hanno manifestato per le strade di Nuova Delhi e di tante altre città di tutto il paese.
Martedì Anna Hazare aveva iniziato a digiunare, se necessario fino alla morte, per combattere contro la corruzione che ormai dilaga nel suo paese. Per l'attivista gandhiano non era sufficiente la legge in materia che aveva varato recentemente il governo. E il suo gesto aveva trovato il sostegno di decine di migliaia di persone in tutto il paese, esasperate dalla situazione. «E' tempo di agire o di morire, come per la nostra battaglia per l'indipendenza», aveva detto Hazare alla stampa qualche giorno prima da Ralegan Siddhi, nello stato occidentale di Maharashtra, dove è nato e da dove dirigeva il suo movimento di protesta.
Martedì stesso, poco dopo l'arresto, la polizia aveva avuto l'ordine di rilasciare Hazare. Che invece ha deciso di rimanere nel carcere Tihar di Nuova Delhi, dove sta proseguendo il suo sciopero della fame sostenuto da migliaia di persone, che fuori dalla prigione cantano slogan anti-corruzione. Hazare ha detto che non lascerà il carcere finché non gli sarà permesso di riprendere la protesta nei tempi e nei modi da lui stabiliti. Ieri sera Hazare stava ancora trattando con la polizia per il luogo, il numero massimo di partecipanti e la durata delle proteste, che il gandhiano non vorrebbe inferiore a trenta giorni. Sarebbe un vero e proprio assedio per il governo Singh.
La sua fermezza ha del resto già scatenato una reazione a catena che si è propagata in buona parte del paese: a Delhi, come detto, dove secondo i media ieri c'è stata una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni, e poi a Mumbai, Chandigarh, Hyderabad, Bangalore, Ahmedabad, Amritsar, Bhubaneshwar e nello stato nord-orientale di Assam. Anche alcuni avvocati della Corte suprema hanno annunciato di voler prendere parte alle proteste e gli autisti di risciò sono entrati in sciopero.
Quel che manca ad Hazare sono però sostenitori nella maggioranza parlamentare che appoggia il premier Singh, che ancora oggi critica pesantemente l'atteggiamento del predicatore. Per il primo ministro indiano lo sciopero della fame è «totalmente fuori luogo», un tentativo di raggirare la democrazia. Per parte sua il governo nega di aver messo il bavaglio al movimento di protesta, e dice di aver interrotto la manifestazione solo perché i seguaci del predicatore gandhiano non avevano voluto accettare le restrizioni imposte dalla polizia sul numero di partecipanti e sulla durata del digiuno.
Critiche anche dal partito del Congresso, che invece qualcosa da farsi perdonare l'avrebbe: nei mesi scorsi la maggioranza è stata coinvolta sempre più spesso in gravi scandali legati alla corruzione. Hazare, però, può contare perlomeno sul sostegno dell'opposizione, che ieri ha interrotto più volte l'intervento del premier in parlamento.
E' improbabile che le manifestazioni di oggi si trasformino in una protesta simile a quelle che hanno animato la primavera araba. Del resto gli indiani hanno sempre potuto mandare a casa i governo con il voto - nonostante dal 1974 nel paese abbia governato una dinastia familiare. E così faranno probabilmente nelle prossime elezioni del 2014, come dimostrano le più recenti indicazioni di voto pubblicate dall'India Today, favorevoli al principale partito d'opposizione.
Del resto l'attuale protesta potrebbe paralizzare ancora di più la già inefficace attività riformatrice del governo Singh, fiaccato da numerosi scandali. "Il governo non sa veramente cosa fare", ha detto alla Reuters Kuldip Nayar, un analista politico indiano: "Non si rendono conto di quanto sia profondo e diffuso sia il risentimento popolare nei suoi confronti".
Nonostante da tempo ormai il pil indiano cresca ogni anno di una percentuale a due cifre, la povertà nel paese - la terza potenza economica dell'Asia - è ancora drammaticamente diffusa: un indiano su cinque che soffre la fame e la metà della popolazione di 1,2 miliardi di persone è sotto la soglia di povertà. Questa situazione, unita alla sofferenza della classe media emergente, che non ha ancora trovato uno spazio adeguato nella "nuova" India, crea una miscela molto pericolosa per il governo.


Liberazione 18/08/2011, pag 5