lunedì 9 agosto 2010

La dura vita degli uomini blu. I Tuareg nello scacchiere sahariano

Le rivendicazioni di un popolo diviso tra quattro Stati. Parla Pierre Boilley, direttore del Centre d'Etudes des Mondes Africains

Silvia Koch
Discendenti dei crociati o super-eroi del deserto? Antiche popolazioni del Tibet o spietati terroristi islamici? Sono tanti i miti associati all'immagine dei nomadi del Sahara, icone singolari di popolazioni che, per una ragione o per l'altra, sono da sempre escluse dalle istituzioni politiche nazionali, come dalle dinamiche economiche locali e mondiali.
In generale, possiamo dire che negli Stati dell'Africa occidentale interessati dalla presenza dei Tuareg, buona parte dei canali ufficiali della comunicazione porta avanti un continuo attacco mediatico nei confronti di queste genti, un bombardamento finalizzato a favorire l'identificazione dei Tuareg con quella di banditi, di un'entità chiusa, attaccata ai propri costumi tradizionali e quasi in isolamento volontario. Le rivendicazioni che animano i movimenti ribelli, invece, non trovano quasi mai spazio sui media e, un po' per ignoranza, un po' per paura, le altre componenti delle popolazioni finiscono per vedere nei Tuareg semplicemente un elemento di disturbo del proprio ordine socio-politico. Ma chi sono veramente gli "uomini in blu", questa popolazione che suscita certamente fascino e mistero agli occhi di noi "occidentali"? E quali rivendicazioni sono alla base della loro opposizione agli Stati centrali?
Ne abbiamo parlato con Pierre Boilley, direttore del CEMAF - Centre d'Etudes des Mondes Africains - di Parigi. «I Tuareg sono una popolazione berbera presente nell'Africa del nord già prima dell'arrivo degli arabi, che poi poco a poco si è spostata verso il sud ed è oggi concentrata nel Sahara centrale. All'origine erano dei pastori nomadi, poi alcuni di loro si sono sedentarizzati, hanno studiato, si sono spostati anche nelle città. Sono oggi presenti essenzialmente in Algeria, in Mali, in Niger e, in minor misura, in Burkina Faso. Ed è vero che viene considerato un po' come un popolo singolare, non soltanto qui in Italia ma anche in Francia. Sono sorte leggende straordinarie, si è detto che fossero originari del Tibet, discendenti degli antichi crociati… Il mito dei Tuareg in Europa rimane ancora oggi, sia perché queste genti abitano la zona mitica per eccellenza, il Sahara, sia per il modo in cui sono vestiti, per la loro prestanza fisica, tutto questo fa un po' sognare… Però tengo a dire che sono invece degli esseri umani, sono degli amici per me, che hanno conosciuto delle difficoltà, che sono stati discriminati e che hanno lottato proprio per evitare questa emarginazione».

Quali sono le rivendicazioni alla base della dissidenza tuareg, storicamente e oggi?
I Tuareg sono stati sottomessi dalla Francia, quindi in origine combattevano per conquistare l'indipendenza dalla potenza coloniale. La Francia non aveva però preso in considerazione che la regione da essi abitata poteva essere molto importante dal punto di vista economico, e l'aveva molto trascurata. Era una zona servita malissimo, non c'erano strade, non c'erano scuole…Se pensiamo che le prime scuole sono state costruite tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta, ci rendiamo conto di quanto in ritardo fossero queste terre del nord rispetto al sud, che invece si era maggiormente sviluppato e dove la gente era in parte alfabetizzata.
Dopo l'indipendenza, quindi, i Tuareg si sono ritrovati a dipendere dalle popolazioni che abitavano le regioni più a sud proprio perché, non avendo studiato, le genti nomadi erano carenti di quadri politici e di qualcuno che li rappresentasse in seno agli organi del Governo, in seno allo Stato. Nel '64 in Mali è scoppiata la prima loro rivolta, duramente repressa, e la regione è stata posta sotto controllo militare. Negli anni Settanta-Ottanta questi giovani nomadi - spesso diventati orfani proprio a seguito dei morti della prima ribellione - sono stati costretti a emigrare, maggiormente verso l'Algeria e la Libia, anche a causa delle terribili siccità che hanno colpito l'area e che hanno decimato il bestiame.
La loro opposizione ai Governi centrali trova ragione proprio nello stato di emarginazione al quale sono stati costretti a vivere. Dagli anni Novanta, le loro rivendicazioni sono state esclusivamente delle richieste di maggiore integrazione nazionale, per poter occupare dei posti nei Governi, per essere presenti negli eserciti, per avere dei licei, delle strade e dei progetti di sviluppo per la loro regione. Non è corretto, dunque, parlare della dissidenza tuareg come di una ribellione secessionista; bisogna piuttosto considerarla un movimento a favore dell'integrazione di questi individui, che aspirano a potersi finalmente sentire "Tuareg del Mali, Tuareg del Niger"… Dei cittadini, insomma.

Un'esclusione politica, culturale ma anche economica. Eppure è oggi noto che il deserto del Sahara custodisce importanti risorse…Che cosa c'è nel sottosuolo delle terre abitate dai Tuareg?
La Francia ha iniziato a interessarsi di queste zone solo nel '56, quando ha scoperto che nel sottosuolo si trovavano giacimenti di petrolio. Ha cercato allora di mantere un certo controllo sulla regione e approfittare delle sue ricchezze, anche promulgando una legge che prevedeva l'eventuale istituzione di un'organizzazione che provvedesse a gestire in maniera comunitaria le terre del Sahara. In Algeria c'è sicuramente il petrolio, c'è l'uranio in Niger…Nel nord del Mali non è stato trovato molto, però c'è anche lì del petrolio. E poi ci sono altre possibilità di sfruttare questa regione, possibilità di cui sono capaci praticamente soltanto questi nomadi, che conoscono bene il territorio. Ad esempio l'allevamento, un'attività economica estremamente importante, che può essere fondamentale per far uscire questa regione arida e secca dall'impasse economica nella quale si trova.

Quali sono gli strumenti utilizzati dai gruppi tuareg per rivendicare i propri diritti?
Innanzitutto la ribellione armata, questo soprattutto in passato. Adesso si servono di strumenti di tipo politico perché sono riusciti ad essere presenti nell'esercito, nelle dogane e in altre strutture dello Stato. Anche la politica di decentramento fa sì che essi riescano a far valere i propri diritti a livello istituzionale, negli organi rappresentativi.
Ci sono però oggi altri problemi, molto più complessi…In primo luogo l'arrivo degli islamisti algerini, che hanno dato il via a un'ondata di rapimenti con richiesta di riscatti, soprattutto nel nord del Mali. Questo fenomeno destabilizza certamente i Paesi e crea un problema di sicurezza. E poi c'è un secondo problema: alcuni di questi Stati - tipo il Niger e il Mali - fanno parte della "strada della droga" che dal Sudamerica arriva fino in nord-Europa. Sebbene siano nate delle intese fra Algeria, Mali, Niger e benché siano stati creati dei consigli intergovernativi proprio per cercare di far fronte alla situazione, questi mezzi restano insufficienti e non sia ha l'impressione che gli Stati centrali vogliano realmente sradicare il contrabbando della droga, che chiaramente porta anche denaro.

Da più parti si è ipotizzato un finanziamento - o quanto meno la fornitura di armi alla guerriglia tuareg - da parte della Libia…
Per quanto riguarda le attività sovversive degli anni Novanta, sono quasi certo che la Libia non fosse favorevole alla ribellione. È vero però che sono state rubate delle armi libiche a opera di alcuni disertori dell'esercito nazionale, armi che i Tuareg hanno potuto certamente comprare e custodire nei covi fino alla ribellione degli anni Novanta. Ad ogni modo, inizialmente i ribelli avevano poche armi ed erano equipaggiati in maniera decisamente inferiore rispetto all'esercito. Tuttavia, i Tuareg avevano tre vantaggi: la coesione, la lunga esperienza di ex-combattenti, infine la profonda conoscenza del territorio. L'esercito del Mali ha sbagliato spesso strategia sul campo di battaglia, non riuscendo a sortire alcun effetto. Oltre tutto, ritroviamo anche in contesto bellico il mito legato ai "guerriglieri del deserto": si diceva ad esempio che fossero invincibili, che le pallottole rimbalzassero loro addosso…
Certo, la Libia ha sempre cercato di mantenere un controllo su queste zone del deserto, in particolare sul nord del Mali. Per il Governo di Gheddafi poteva essere dunque conveniente stringere accordi con la dissidenza tuareg. Ma questo non si è verificato, in un primo momento perché lo stesso movimento politico dei Tuareg costituitosi in Libia è rimasto clandestino sfuggendo, quindi, al controllo del Governo centrale. In seguito, perché il ruolo della Libia è cambiato, quando è stato nominato un console che ha cercato di affiliarsi i Tuareg non con le armi ma con mezzi diversi, scavando pozzi e attraverso altri progetti di sviluppo.

Qualche indicazione sui possibili scenari futuri…Si può prevedere una normalizzazione della questione tuareg?
Penso che la dissidenza armata sia un fenomeno ormai superato, perché adesso la posta in gioco è ben più alta: ci sono i problemi della droga e i problemi di Al Qaeda, ovvero degli islamisti. Il grosso problema della droga coinvolge anche Algeria, Libia, Mali e le grandi potenze occidentali, Stati Uniti e Francia in primis…Non a caso, gli ultimi attacchi condotti dalla guerriglia sono caduti nel silenzio generale.

Una nota di colore: come mai gli uomini tuareg hanno il capo coperto?
È sicuramente un'abitudine molto antica. Questi uomini con il capo coperto sono stati descritti già nel Medio Evo dai viaggiatori arabi. Si dice che sia per proteggersi dal vento che trasporta la sabbia…In realtà così non ci si protegge affatto. Diciamo che è un tratto culturale, come il fatto che gli italiani hanno più spesso i baffi che i francesi.

Liberazione 06/08/2010, pag 7

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