lunedì 12 luglio 2010

Il Sudafrica va a carbone e lo regala alle multinazionali

La compagnia di Stato Eskom investe in vecchia energia e la Banca mondiale finanzia progetti superati

Luca Manes*
In Sud Africa 38 multinazionali consumano il 40 per cento dell'energia elettrica prodotta nel Paese, pagandola solo 0,05 centesimi di dollaro a chilowatt ora, la tariffa più bassa al mondo. Non a caso le emissioni procapite dei 46 milioni di sudafricani ammontano a circa 20 tonnellate di CO2 ogni 12 mesi. Roba da far impallidire i grandi inquinatori del Pianeta. Tanto per fare un raffronto, la quota di CO2 di un cinese è di "sole" cinque tonnellate.
Tutta colpa delle enormi quantità di carbone che la Eskom, l'azienda energetica di stato di Pretoria, continua a prediligere e sfruttare da decenni. Nonostante le potenzialità dell'eolico su tutto il territorio siano immense - e se sviluppate potrebbero coprire il 70 per cento del futuro fabbisogno nazionale - i piani della Eskom prevedono mastodontici investimenti proprio sul combustibile fossile più inquinante che esista. Investimenti nell'ordine di 50 miliardi di dollari. Una parte di questa enorme cifra è stata già garantita dalla Banca mondiale, che ha prestato 3,75 miliardi per la realizzazione della centrale "a carbone pulito" di Medupi, nel Nord del Paese, la quale una volta ultimati i lavori sarà capace di produrre fino a 4.800 megawatt l'anno. O, se preferite, 25 milioni di tonnellate di CO2, ovvero quanto 115 Paesi in via di sviluppo messi insieme. Ironia della sorte, la politica industriale della Eskom comporterà un aumento delle tariffe per i normali cittadini - si parla di quasi il 25 per cento - che quindi pagheranno quasi il quadruplo di quanto sborseranno multinazionali quali la Alcan o la BHP Billiton, affamate di tanta energia per far funzionare i loro altiforni al fine di produrre alluminio e acciaio. Quegli impianti provocano a loro volta un massiccio inquinamento ambientale e non garantiscono neppure molti posti di lavoro, mentre le corporation inviano tutti i profitti nei loro rispettivi Paesi di provenienza. Motivo per cui la bilancia dei pagamenti sudafricana fa i conti con un deficit ormai alle stelle e l'Economist ha definito il Sudafrica «la più a rischio tra le economie emergenti» e l'indice GINI ha stabilito che il Paese africano è quello con uno dei più alti tassi di disuguaglianza tra ricchi e poveri del globo.
In realtà le condizioni di favore di cui godono le aziende straniere sono uno scomodo retaggio dell'epoca buia dell'Apartheid, quando la Eskom era già una buona cliente della Banca mondiale e intanto formulava contratti segreti con realtà imprenditoriali del resto del mondo occidentale. Se è un dato di fatto che rinegoziare le intese siglate qualche decennio fa potrebbe comportare il pagamento di penali molto salate è anche vero che, come visto, le alternative non mancano. Gli stessi banchieri di Washington, o almeno alcuni, hanno espresso alcune perplessità in merito al progetto di Medupi. Cinque direttori esecutivi dei 25 che formano il consiglio direttivo della World Bank lo scorso aprile si sono infatti astenuti quando si è trattato di votare sulla concessione del finanziamento. Tra questi gli esponenti di Italia, Regno Unito e Stati Uniti. Singolare come proprio la Banca mondiale si stia ritagliando un ruolo di istituzione guida nella gestione della finanza per il clima, promuovendo fondi multilaterali che sulla carta dovrebbero curare la febbre del Pianeta, ma che lasciano perplesse Ong e associazioni di base. Molte di queste si sono schierate dalla parte delle organizzazioni e dei sindacati sudafricani, praticamente da sempre contrari alla realizzazione della centrale di Medupi.
A fine maggio la protesta è arrivata fino a Bruxelles, dove la Banca Mondiale ha organizzato una consultazione sulla revisione della propria strategia energetica. Diverse realtà ambientaliste e per i diritti umani, tra cui l'italiana CRBM, si sono ritrovate a manifestare contro quello che ritengono un puro esercizio di pubbliche relazioni che non servirà a riparare i danni ambientali e sociali provocati da un'istituzione che è sempre più una spregiudicata banca di investimenti e sempre meno capace di servire il suo mandato e mettersi al servizio dei più poveri.
*Crbm/Mani Tese

Liberazione 08/07/2010, pag 6

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