sabato 31 luglio 2010

La città futura. Il sogno dell'umanità che si autogoverna

Un mito della letteratura utopistica rielaborato da Gramsci nei "Quaderni"

Tonino Bucci
Marx - la questione è nota - fu sempre avaro di indicazioni su quella che sarebbe stata la città futura. Sulla società postborghese omise sempre di fornire particolari. Non aveva torto. Dilungarsi in racconti fantasiosi sul sol dell'avvenire, lanciare a briglie sciolte l'immaginazione per descrivere comunità umane di un ipotetico futuro, appariva a Marx una fuga in avanti che avrebbe distolto energie dalla «lotta del presente», oltre che un esercizio inutile. Ma soprattutto non si addiceva alla mentalità dello scienziato perdersi in voli della fantasia non suffragabili da robuste argomentazioni. Quel che più preoccupava Marx era di non perdere mai, neppure per un istante, il nesso tra le astrazioni della teoria e i dati di fatto. La differenza tra la letteratura politica utopistica e il «materialismo storico» stava tutta qui, nel poter prendere le distanze da una tradizione di autori che si erano persi nella descrizione di luoghi e società inesistenti, dal lontano Platone della Repubblica al Thomas Moore di Utopia fino al Campanella della Città del sole (solo per citare i più noti).
In pochi casi Marx contravvenne alla regola che si era dato. Poco propenso a fare previsioni sulla forma della città futura, a predire quale tipo di Stato avrebbe guidato la transizione verso una comunità emancipata di esseri umani, preferì invece esporsi in campo economico. Nel Capitale - nel Terzo libro, per la precisione - si spinse a ipotizzare per il futuro che alcune leggi economiche oggettive sarebbero continuato a valere anche nella società post-borghese.«Pluslavoro in generale, inteso come lavoro eccedente la misura dei bisogni dati, deve sempre continuare a sussistere». Continuerà a esserci «plusvalore» e «plusprodotto»: quel che oggi finisce a ingrossare le casseforti dei capitalisti, un domani, invece, servirà «alla accumulazione, ossia all'allargamento del processo di riproduzione». La parte di valore aggiunta ex novo dal lavoro di tutti, non si trasformerà più in profitto - non sarà più oggetto di appropriazione privata - ma servirà a fini collettivi, all'allargamento dello sviluppo economico complessivo della società.
Ma quale Stato o quali istituzioni al suo posto dovrebbe organizzare l'assetto di questa nuova società? A chi spetta il compito di stabilire diritti e doveri in questa libera associazione di produttori? Quale meccanismo presiede all'instaurarsi tra gli individui di un'autogestione perfetta? Eppure Marx non lascia dubbi sul fatto che in questa comunità di individui "socializzati" sarebbe rimasta la necessità di controlli sulla produzione. Eliminato il profitto bisognerà pure che qualcuno determini cosa occorra produrre, quali siano i bisogni collettivi, come debba essere distribuito il lavoro sociale. «La determinazione del valore - scrive Marx - continua a dominare, nel senso che la regolazione del tempo di lavoro e la distribuzione del lavoro sociale fra i diversi gruppi di produzione, e infine la contabilità a ciò relativa, diventano più importanti che mai». Appunto. L'attività di gestione, coordinamento e pianificazione (vecchio termine caduto in disuso) diventerà ancor più importante che nell'attuale società capitalistica, poiché nella nuova comunità postborghese tutto avverrà su scala sociale. Marx lascia solo intuire che nella futura «associazione di produttori» non ci sarà uno Stato simile a quello che conosciamo - o perlomeno che «il potere pubblico perderà il carattere politico». Ma si intuisce anche che a questo stadio di estinzione dello Stato - sostituito da qualcos'altro - si arriverà soltanto dopo una transizione guidata da uno Stato a forte concentrazione di potere politico (per evitare ricadute nel passato, nel regime capitalistico). Quali sarebbero allora le condizioni però le condizioni che consentirebbero a uno Stato del genere di aprirsi alla "libertà" di una semplice associazione di produttori? Marx non lo avrebbe mai specificato (Se ne occupa diffusamente Nicolao Merker nella sua recente biografia dedicata al filosofo di Treviri), per un verso ritenendo che le misure politiche prese da un ipotetico Stato postrivoluzionario sarebbero dipese dalle circostanze specifiche, per un altro, rinviando all'estinzione dello Stato a cose fatte.
La questione della città futura ricorre invece spessissimo nel lessico gramsciano. Il tema attraversa, non a caso, il volume appena pubblicato dall'associazione Punto Rosso Seminario su Gramsci (pp. 188, euro 12), frutto di due giornate di studio organizzate assieme alla rivista Essere comunisti a Roma il 6 e 7 febbraio (con relazioni di Giuseppe Prestipino, Mimmo Porcaro, Raul Mordenti, Luigi Vinci, Pasquale Voza, Alberto Burgio). E' solo una chiave di lettura, una tra le tante, ma l'impressione è che sullo sfondo della città futura risalti meglio la contemporaneità di Gramsci quando nei suoi scritti, in primis nei Quaderni, affronta le questioni del potere, della rivoluzione e della costruzione di una società post-borghese in Occidente. Per bene intendersi, la modernità di Gramsci non sta laddove viene comunemente indicata, nell'immagine che se ne ha come di un autore che avrebbe corretto il materialismo rozzo presente in Marx (lotta di classe compresa) con un'attenzione rivolta esclusivamente ai processi culturali ed ideologici. Il segno della sua contamporaneità, invece, lo ritroviamo nell'idea gramsciana che l'egemonia (il potere) è ovunque. «Nella società borghese - scrive ad esempio Burgio - tutte le funzioni sociali (compresa la relazione politica; compresi i rapporti di produzione e lo stesso processo di produzione immediato - si consideri il caso paradigmatico del fordismo) sono di per sé capaci - e hanno al tempo stesso il compito stringente - di generare direzione intellettuale e morale (prestigio, fiducia, ecc.) nell'interesse del dominante». Detto altrimenti: il potere è per Gramsci una relazione discorsiva diffusa capillarmente. «Nella società moderna ("di massa") la comunicazione (il flusso simbolico affidato alla suggestione delle immagini e degli strumenti retorici nella relazione cognitiva, nello scambio linguistico, nella creazione artistica, ecc.) svolge funzioni strategiche in tutti gli snodi della relazione sociale (cioè tanto nella sfera della produzione, quanto in quella della riproduzione)». Questo scenario contemporaneo non solo fa balzare in primo piano la figura dell'intellettuale (teorizzato da Gramsci in forma radicalmente nuova rispetto all'intellettuale tradizionale, come sottolinea Mordenti), ma costituisce - come ha ben visto la Scuola di Francoforte - un aspetto totalitario della società borghese. Ovunque le relazioni sociali - anche nella fabbrica, nel regno della massima materialità - non sono mai "nuda vita", "mera attività", agire senza riflessione. Ovunque c'è invece scambio discorsivo, agire comunicativo, relazione egemonica tra governanti e governati.«Senonché - parole ancora di Burgio - dimensione totalitaria non comporta chiusura stagna della relazione e blocco delle dinamiche di trasformazione». Paradossalmente l'ubiquità, «la sovraesposizione del potere del dominante sull'intero territorio sociale» rappresenta anche un motivo di vulnerabilità.
Sull'altro versante ciò significa che la classe in lotta contro il potere possa cominciare a costruire la sua egemonia nella società prima ancora d'averlo conquistato e a prefigurare, dunque, fin dal presente la città futura. Nello specifico si può ricostruire il discorso gramsciano incentrandolo sull'opposizione tra la democrazia nella forma degenerata e autoritaria, il bonapartismo che Gramsci conosce fin troppo bene, è l'ideale della società che si autogoverna.
A differenza del bonapartismo in cui è accentuato il dominio coercitivo (unito al consenso sia pure in forma di manipolazione), nella società civile autogovernata - o che si autoregola, direbbe Gramsci - prevarrebbe, invece, l'egemonia. «Per la prima volta - scrive Prestipino - l'egemonia diviene l'elemento "vitale", il "cuore" pulsante, mentre la coercizione diviene soltanto una "corazza", ossia un elemento accessorio e sempre meno necessario, se la "rottura" si rivelerà definitiva e se, anche sul terreno economico, i beni comuni saranno beni pubblici, non statalizzati-nazionalizzati, ma disciplinati dalla società civile nei mezzi e nei fini». Ma che ruolo ha nella società autoregolata del futuro il partito che per Gramsci deve prefigurare fin dal presente, in embrione, la struttura delle istituzioni del domani? Quale sarà il rapporto tra il partito e gli organismi che presiedono all'autoregolazione dei produttori associati? E' evidente che esso non potrà trasformare tutti i subalterni in militanti, né che riassuma in sé l'intera comunità. Gramsci ci dice qualcosa al proposito. Il partito deve proporsi
come «partito di governo», come «partito che vuole fondare lo Stato» e deve «diventar Stato», fin da oggi, fin dal momento in cui comncia a lottare contro il potere per conquistare l'egemonia. Scrive anche che «i partiti possono essere considerati come scuole della vita statale» e che il partito politico, «a differenza che nel diritto costituzionale tradizionale né regna, né governa giuridicamente: ha "il potere di fatto", esercita la funzione egemonica e quindi equilibratrice di interessi diversi, nella "società civile", che però è talmente intrecciata di fatto con la società politica che tutti i cittadini sentono che esso invece regna e governa». L'arcano dello Stato, se si vuole il suo destino di estinzione nella città futura, è tutto lì: nel lento, molecolare trasformarsi dei governati in governanti di sé medesimi.

Liberazione 24/07/2010. pag 8

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